CAPITALISMO AL GRAN FALO’ DELLE VANITA’

2 Luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – La storiella la racconta l’Herald Tribune. Giusto un anno fa, passeggiando per le frenetiche sale del New York Stock Exchange con il suo proverbiale completo bianco, Tom Wolfe emise la sua profezia: «Stiamo assistendo alla fine del capitalismo come lo abbiamo conosciuto».

Sembrava la farneticazione apocalittica del neofita, che assiste per la prima volta, senza capirli, ai miracoli della «fabbrica del denaro», che in quel periodo girava ancora a pieno regime. E invece il grande scrittore americano (forse proprio perché non è un economista) aveva capito molto più di tutti gli «addetti ai lavori» che in quei giorni si affannavano a far soldi gonfiando la bolla immobiliare e insaccando merce avariata nei «titolisalsiccia».

È davvero la «fine del capitalismo», quella che stiamo contemplando con occhi sempre più smarriti e portafogli sempre più vuoti? Forse è meglio evitare sentenze definitive: anche Francis Fukuyama aveva predetto la «fine della storia», e la storia si è poi presa la briga di smentirlo. Ma la crisi c’è, come ha detto il governatore Draghi.

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È grave, e per qualità più che per quantità non ha precedenti nella storia del ‘900. Tra le banche d’affari circola un «calcoletto», che dà la misura dell’effetto subprime. Il Fondo monetario stima che le perdite per le istituzioni finanziarie internazionali siano pari a 1000 miliardi di dollari, di cui 510 riferiti alle sole banche. Se questo è il buco, finora a colmarlo hanno provato i fondi sovrani (con un esborso di circa 52 miliardi di dollari) e gli aumenti di capitale (pari a 133 miliardi di dollari). Il totale fa 185. Vuol dire che all’appello mancano 325 miliardi di dollari, che le banche non hanno ancora trovato.

Da dove usciranno fuori? Nessuno lo sa. Altri aumenti di capitale? Difficile collocarli, se non superscontati. Nuovi ingressi dei Souvereign Funds? Finora ci hanno rimesso quasi il 20% in termini di valori azionari investiti. Vendita di asset? Per coprire la voragine, calcolando il leverage medio delle prime 25 banche internazionali, bisognerebbe alienare cespiti per almeno 10 mila miliardi di dollari, e non si vede chi potrebbe sborsarli. Risultato?

O paga lo Stato, con le nazionalizzazioni. O paga il mercato, con le bancarotte. Se non è la «fine del capitalismo», è comunque una grande autodafè del sistema finanziario globale. Un colossale «falò delle vanità», proprio come aveva previsto quello stesso signore vestito di bianco, in un’altra magnifica profezia datata 1987.

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