Brexit, senza accordo “una catastrofe”: per Londra soprattutto

30 Marzo 2017, di Daniele Chicca

Regno Unito e Unione Europea hanno due anni di tempo per rinegoziare gli accordi commerciali tra i due blocchi e le autorità dell’una e dell’altra regione sembrano non voler perdere altro tempo. Oggi a Berlino è previsto l’incontro tra i due ministri delle Finanze britannico e tedesco, Phillip Hammond e Wolfgang Schaeuble.

Intanto la cancelliera della Germania Angela Merkel ha respinto la richiesta di Theresa May che aveva chiesto che si tenessero colloqui bilaterali. Merkel e il presidente del consiglio europeo Donald Tusk in questo sono stati molto chiari: l’Europa sarà unita e coerente dal primo all’ultimo giorni delle trattative avviate dopo che Londra ha invocato ufficialmente mercoledì 29 marzo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Con la richiesta formale di uscita dall’Unione Europea, ora il parlamento britannico deve liberare la propria giurisdizione dai trattati che stabiliva la supremazia delle leggi Ue su quelle nazionali. A quel punto si potrà iniziare a fare sul serio e trattare in concreto nuovi eventuali accordi commerciali e legali con il blocco a 27.

L’UE non è disposta a fare sconti, anche per non dare l’impressione che dalla regione si possa uscire a proprio piacimento senza pagarne le conseguenze, e il presidente francese Francois Hollande ha già fatto sapere che per Londra l’addio “sarà doloroso”. I maggiori problemi arriveranno in realtà se i due blocchi non riusciranno a trovare un punto d’incontro.

Senza un’intesa commerciale, infatti, il Regno Unito e l’UE ci perdono entrambi, perché dovranno rispettare gli standard commerciali del WTO come avviene con qualsiasi altro paese oltreoceano. Prima, quando facevano parte del mercato comune e dell’unione doganale, entrambi i blocchi avevano accordi di favore e quindi vantaggi fiscali e doganali.

Dei due, il Regno Unito è quello che ha più da perdere vista l’importanza degli affari commerciali con la vicina Europa. Schaeuble ha spiegato che Bruxelles non ha intenzione di “mettere in pericolo Londra ma che al contempo non ha alcun interesse nel mettere il processo di integrazione europeo in pericolo per via del Regno Unito”.

Brexit, il Regno Unito ha più da perdere

La posizione del governo May è discutibile. Secondo Downing Street è meglio non stringere alcun accordo piuttosto che firmare un “cattivo accordo”. È qui che secondo gli analisti la premier britannica e leader del partito dei conservatori si sbaglia di grosso. Senza un regime di favore per i 230 miliardi di sterline di esportazioni annuali verso l’UE e senza i 3,3 milioni di europei nel Regno Unito, Londra “starà perfettamente bene”, secondo il segretario degli Esteri Boris Johnson; non è “per nulla allarmante”, ritiene da parte sua lo zar inglese della Brexit David Davis.

Gli esperti la pensano in maniera completamente opposta: un funzionario del governo May dà al 30% le possibilità che le trattative non portino frutti. Il capo Ue dei negoziati sulla Brexit, Michel Barnier, ha detto che il blocco dovrebbe tenersi pronto alle “conseguenze serie” di una rottura dei rapporti, che si tradurrebbero in lunghe file alle frontiere e in problemi logistici nel trasporto di materiali nucleari.

Ma il problema è soprattutto commerciale ed economico. Il giornalista Simon Kennedy su Bloomberg sottolinea che in caso di zero accordi per le imprese manifatturiere britanniche verrebbero imposte immediatamente le tariffe doganali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (5% di media per gli affari con l’UE e il doppio per le auto prodotte da gruppi come Ford). Va tenuto bene a mente che il 44% delle vendite oltre manica avvengono in Ue.

Quanto ai contadini britannici, dovranno rassegnarsi a dazi del 40% e la maggior parte dei settori industriali subiranno un aumento dei costi alle importazioni se Londra se il Regno Unito impone le sue di tariffe sugli affari commerciali con l’UE. Jordan Rochester, strategist di Nomura International con uffici a Londra, prevede che tutto questo avrà un effetto negativo sulla sterlina, che dovrebbe scendere fino a quota $1,15, estendendo così la fase di cali post Brexit al -25%.

Brexit, una penale “politica” da 60 miliardi

Uscendo dal blocco senza rispettare gli impegni Londra otterrebbe l’unico vantaggio economico possibile, rischiando però di compromettere i rapporti diplomatici con il suo più importante vicino. Holger Stelzner, l’editorialista economico conservatore del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), scrive: “che genere di comunità è l’Unione Europea, la quale vuole penalizzare uno Stato membro per il semplice fatto di chiedere di uscire” dal blocco?

Le autorità europee, come base di partenza dei negoziati, hanno infatti fissato “una penale” da 60 miliardi di euro da versare al blocco, una somma “puramente politica”, secondo Werner Musser di FAZ, e che comprende in parte sanzioni da pagare per il diritto di uscire e in parte posizioni da liquidare. Una fetta di questa somma è legata agli impegni presi dagli Stati Ue nel passato, che dovranno essere pagati anche in futuro. Si tratta in totale di 217 miliardi di euro alla fine del 2017, una cifra che probabilmente salirà a 240 miliardi entro fine 2018. La fetta che spetta a Londra è di 29 miliardi circa.

La seconda posizione da coprire prima di poter abbandonare l’Ue riguarda i pagamenti delle pensioni ai dipendenti Ue, non solo britannici. In questo caso, le trattative per il contributo da versare per i vitalizi si preannunciano particolarmente tese. Se Bruxelles insiste con il voler far pagare al Regno Unito dopo la Brexit anche le pensioni dei cittadini non britannici, l’impressione è che non si arriverà mai a un accordo. E senza accordo sarebbero guai (economici) per tutti.

Brexit, senza un accordo con l'Ue per Londra saranno guai seri