Brexit, italiani in fuga da atenei e aziende di Londra

12 Agosto 2016, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – L’effetto Brexit si è fatto sentire non solo sui mercati finanziari e sul piano economico ma anche nel mondo accademico italiano. A renderlo noto un articolo di La Repubblica in cui Giorgio Bellettini, direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Bologna, sottolinea come l’effetto Brexit sul mondo accademico sia stato molto evidente fin da subito.

Molti professori e ricercatori che si trovano a Londra e più in generale nel Regno Unito – e che lavorano anche per aziende del settore privato – hanno inoltrato migliaia di domande per ritornare in Italia.

“ Le domande sono arrivate una dopo l’altra non appena Brexit è diventata una realtà. Ci hanno scritto professori e ricercatori italiani da tutte le università del Regno Unito. Come se, all’improvviso, la possibilità di “tornare a casa” fosse diventata urgente, soprattutto per chi è espatriato anni fa, e si è ritrovato oggi non soltanto lontano dall’Italia, ma anche fuori dall’Europa (…) Ad aprile scorso avevamo lanciato sul sito “Inomics” una call of interest per alcune cattedre di professore ordinario e associato nel nostro dipartimento. Si tratta di un annuncio che viene pubblicato su siti specializzati, per capire se a livello internazionale esistono studiosi interessati e adatti a quegli incarichi. In due mesi e mezzo avevamo avuto soltanto 38 domande. Poi, già dalla stessa sera del referendum, il 23 giugno, un’impennata di richieste, 35 in una settimana, e gran parte da docenti italiani con contratti in università inglesi, ma anche da professori di altre nazioni emigrati nel Regno Unito”.

Un vero e proprio controesodo da Londra, con i cervelli italiani che chiedono di tornare in patria e lasciare il Regno Unito che non vuole più avere a che fare con l’Unione Europea. Il motivo di questo improvviso desiderio del Belpaese? E’ semplice, afferma Bellettini.

“Europa infatti significa fondi europei. Ossia budget ricchi, milioni di euro destinati alla ricerca che rappresentano l’ossigeno per le università, comprese quelle inglesi. Ma dopo lo “strappo” – sottolinea Giorgio Bellettini – gli atenei britannici potranno ancora avere i fondi per il loro progetti?”. In realtà la risposta della Ue non si è fatta attendere, così ha scritto nei giorni scorsi su “Nature” il fisico britannico Paul Crowtther, raccontando come il suo gruppo di ricerca fosse stato escluso da un consorzio europeo, proprio a causa di Brexit. “È evidente che in questa incertezza – aggiunge Bellettini – gli stranieri, in questo caso gli italiani, provano a guardarsi intorno, e forse a tornare indietro”.

Da qui un interrogativo cruciale: l’Italia è pronta a ricevere questi cervelli in fuga? Un esempio lampante è quello delle cattedre Natta, così chiamate in onore del Premio Nobel per la Chimica Giulio Natta, previste dalla legge di stabilità 2016. Se da una parte Filippo Taddei, responsabile economico del Pd afferma che il controesodo derivante dalla Brexit sarà un’occasione per il lancio di queste cattedre, non si può non sottolineare come ad oggi i decreti attuativi mancano e tali cattedre sono inutilizzabili.