BORSE: RIMANERE LIQUIDI O INVESTIRE?

14 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

Dall’economia USA giungono segnali migliori del previsto, ma i timori sugli utili trimestrali deprimono ugualmente Wall Street, frenando anche i tentativi di riavvio dei listini europei.

Nonostante il primo capitolo della vicenda Iraq – quello legato all’intervento militare – si stia concludendo, vittime civili a parte, secondo le
attese dei più ottimisti, l’attesa reazione liberatoria degli investitori non c’è stata, nel senso che gli acquisti di chi era rimasto cautamente alla finestra risultano bilanciati dalle vendite di coloro che avevano scommesso in anticipo sull’esito, pur scontato, del conflitto. Il rischio maggiore in questo momento è che i mercati azionari tornino a spegnersi, vanificando, con il loro sconfortante esempio, le velleità di coloro che attendevano la fine del conflitto per rientrare: se questo è lo scenario piatto che si prospetta, penseranno, tanto vale rimanere liquidi, e semmai giocarsi rendimenti migliori sulla parte corporate dell’obbligazionario.

D’altra parte, proprio l’esperienza dello
scorso anno insegna come i mercati, una volta privi di spinta convincente, possano essere bruscamente travolti dalle vendite ai primi nuovi elementi di incertezza sulla geopolitica o il quadro macroeconomico. E poichè questi due temi rimangono ricchi di incognite anche nel 2003, non c’è da stupirsi se la cautela, più che il pessimismo, sia la parola d’ordine di gestori ed economisti in tutta questa fase.

Quanto all’economia USA, per fortuna è finalmente emerso anche un segnale incoraggiante, con le
vendite al dettaglio di marzo venerdì scorso. Il +2,1% realizzato a livello complessivo, ed il +1,1% senza la componente auto, hanno infatti superato di gran lunga le attese di consenso, posizionate su valori intorno al +0,5/+0,6% in entrambi i casi. Meglio del previsto si è mossa in aprile anche la fiducia dei consumatori, risalita a quota 83,2 dalla precedente, debolissima lettura a quota 77,6; ma anche qui potrebbe però trattarsi solo di un rimbalzo psicologico dopo l’estrema cautela che stava accompagnando l’avvio del conflitto militare in Iraq.

Prima di esultare, dando per scontata la tenuta dei consumi americani, bisognerà dunque attendere ulteriori conferme nei mesi a venire. Un elemento di ottimismo viene paradossalmente proprio dai prezzi alla produzione, balzati dell’1,5% in marzo, con un aumento su base annua pari ad un significativo +4,2%. Alle sue origini c’è infatti
soprattutto la componente energia, in via di netto ridimensionamento con il venir meno delle tensioni speculative sui prezzi del greggio; questo significa da un lato che non c’è da preoccuparsi molto per le attese di inflazione,
dall’altro che si conferma come il potere reale di spesa dei consumatori sia stato frenato per tutto l’inverno dall’impatto di una carissima bolletta energetica.

E proprio la prevedibile discesa dei prezzi del greggio, ora che anche i pozzi curdi non hanno subito danni di rilievo, dovrebbe costituire la ragione più ovvia, al di là di tutte le
considerazioni di natura psicologica ed emotiva, per intravedere una qualche ripresa congiunturale anche sul fronte consumi.

Nell’immediato comunque sui mercati peseranno i risultati societari, che questa settimana entreranno nel vivo, con colossi come Citigroup, JP Morgan Chase, IBM, Microsoft, Intel, Motorola, General Motors, Ford, Pepsico, eccetera; ciò significa che Wall Street e il Nasdaq si muoveranno in maniera erratica in funzione dei
singoli esiti e solo quando da essi emergerà una qualche tendenza più complessiva anche i listini potranno prendere una direzione più stabile. Finora le aziende hanno già cercato di mettere le mani avanti anticipando le sorprese negative, al punto che la crescita attesa per gli utili delle società appartenenti all’S&P 500 è scesa all’8,3% annuo, dal +10,1% dell’ultimo trimestre del 2002 e da attese vicine al +15% qualche mese fa.

L’incertezza per il conflitto iracheno sarà in quasi tutti i casi il pretesto per giustificare le eventuali sorprese negative, ma è da capire quanto la comunità finanziaria vorrà convincersi di questa scusante. Quanto agli scenari
geopolitici, i segnali del fine settimana sono contrastanti: da un lato emergono sviluppi poco confortanti dall’Iraq, dove il caos sembra regnare sovrano e all’interno della comunità sciita tornano a prevalere le voci meno vicine
all’Amministrazione americana, e dalla Siria, che rischia di essere messa nel mirino sulle rinnovate accuse di offrire rifugio ai leader del regime iracheno e di custodire le armi di distruzione di massa che ancora non sono
emerse in Iraq; dall’altro c’è invece da segnalare l’imprevista presa di posizione del premier israeliano Sharon a proposito del processo di pace in Palestina.

Israele, ha detto Sharon, dovrà compiere “passi dolorosi” rinunciando al alcuni dei suoi insediamenti nei Territori, in cambio della rinuncia al terrorismo da parte palestinese e alla fine dovrà riconoscere uno Stato palestinese. “Non penso che Israele debba governare un altro popolo. Non penso
che abbiamo la forza per una cosa simile. E’ un onere molto pesante sulla nostra opinione pubblica, solleva problemi etici e gravi problemi economici”. Parole sante, che potrebbero aprire prospettive nuove per tutta l’area; ma ad esse corrisponderanno i fatti?

*Michele Pezzinga e’ capo strategist di Eptasim.