BORSE: OTTIMISTI
VS PESSIMISTI

31 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Nonostante lo stato di continuo allarme dal lato dell’inflazione, stavolta è l’obbligazionario USA a tentare la via del rimbalzo e Wall Street a riflettere il clima di generale incertezza. O meglio, si tratta di tutte le Borse, a partire da quelle asiatiche, ma con la solita eccezione di quelle europee, rimaste ancora una volta miracolosamente a galla quasi fossero estranee sia ai timori sui tassi, sia a quelli sulla tenuta congiunturale.

E così da inizio anno il DJ Stoxx 50 delle Borse continentali registra ancora un progresso di quasi il 4%, esattamente speculare al -4% circa segnato dall’S&P 500, mentre il Nasdaq è in calo di oltre il 9% ed il Nikkei recupera un anemico +1%. A preoccupare nell’immediato sono indubbiamente i timori di riavvio dell’inflazione, che ovviamente non aiutano nè i bond, nè le Borse; ieri però sono riemersi dubbi sulla crescita, in particolare dal Giappone, dove in febbraio i consumi reali delle famiglie sono calati a sorpresa di ben il 4,1% sul mese precedente e del 3,8% su base annua, mentre il tasso di disoccupazione è risalito dal 4,5 al 4,7%.

Anche la produzione industriale giapponese è scesa più del previsto del 2,1% sul dato del mese di gennaio, appesantita in particolare dalla debolezza dell’export. Le previsioni per i mesi a venire continuano ad essere improntate all’ottimismo, ma su questi timori in due giorni il Nikkei ha ugualmente ceduto il 2% circa e i bond decennali giapponesi sono saliti ai massimi degli ultimi due mesi, con un rendimento in calo all’1,36%. L’incertezza a breve pesa soprattutto perchè riflette significative divergenze di opinione sugli scenari futuri a più lunga scadenza.

Secondo coloro che vedono ancora rosa per le Borse, nuovi aumenti dei tassi americani, fino anche a superare la soglia del 4% per fine anno e ad avvicinare quella del 5% per fine 2006, andranno messi in conto; ma non c’è da preoccuparsi, è solo il costo da pagare per un’inflazione in aumento a seguito di una robusta crescita economica, capace di assicurare anche la prosecuzione dell’attuale forte trend di aumento degli utili aziendali. In analoghe situazioni passate, persino nella pesantissima fase di politica monetaria restrittiva del 1994-95, la salita dei tassi non ha affatto impedito alle Borse di salire, salvo che nelle fasi iniziali del movimento, dunque non lo farà nemmeno stavolta.

In tal caso, l’asset allocation andrà nettamente sbilanciata a favore dell’azionario, per riconsiderare con successo anche le obbligazioni a più lunga scadenza solo quando la manovra della FED sarà prossima all’esaurimento.
I pessimisti temono invece uno scenario alternativo, con due modalità: o una risalita dell’inflazione capace di provocare, alla lunga, una frenata congiunturale, riproponendo qualcosa di simile alla stagflazione stile anni ’70, oppure un anticipato raffreddamento dell’economia, in grado di smorzare anche una ripresa strutturale dell’inflazione.

Ciò potrebbe avvenire già sul finire dell’anno, a causa degli aumenti realizzatisi nel costo dell’energia e nei tassi d’interesse e della necessità di veder risalire il tasso di risparmio delle famiglie americane, attualmente prossimo allo zero e fonte di significativi squilibri a livello globale.

In questo scenario, i bond tornerebbero di moda dopo una temporanea e pur violenta correzione e le Borse perderebbero progressivamente smalto: è l’ipotesi a nostro avviso più probabile, ma con effetti caratterizzati da gradazioni differenti, da uno scenario in grado di sostenere anche le azioni tramite l’effetto liquidità, fino ad un quadro estremo alla giapponese, dove la crescita si annullerebbe, assieme però ai segnali d’inflazione, a tutto vantaggio solo dei bond e dei comparti borsistici più difensivi. La confusione attuale nasce dal fatto che nell’immediato i segnali sono contrastanti, e persino quelli di risalita dell’inflazione potrebbero essere interpretati come la conferma di una qualsiasi di queste ipotesi. Non necessariamente, come l’esperienza degli ultimi giorni insegna, una più accentuata debolezza congiunturale sembrerebbe ben vista dalle Borse, quale freno ai timori di inflazione e di accelerazione nel rialzo dei tassi. Occorreranno per lo meno altri 2-3 mesi di verifiche macro per chiarirsi le idee, e nel frattempo i mercati azionari cercheranno, magari inutilmente, di trovare una direzione.

Di queste verifiche già in settimana se ne prospettano numerose. Domani ne avremo una importante per l’inflazione, con il deflatore della spesa per consumi americani, mentre dal lato della crescita, sempre domani e dagli USA, avremo i dati di febbraio di reddito disponibile e consumi delle famiglie; venerdì toccherà quindi al dato di occupazione di marzo, con salari e ore lavorate, e all’indice nazionale dei direttori degli acquisti, visto già in lieve calo a conferma di uno scenario di rallentamento anche per l’attività industriale, dopo un avvio 2005 ancora robusto, grazie soprattutto alla forza degli investimenti. Oggi (14:30) il dato finale sul PIL USA del 4° trimestre 2004 non farà che suggellare una storia di crescita ancora robusta, destinata a proseguire ad inizio 2005 ma ad indebolirsi con l’ingresso nel 2° trimestre: un’indicazione che ieri anche il calo superiore al previsto della fiducia dei consumatori, perquel po’ che poteva valere, sembrava voler confermare.

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