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Le Borse asiatiche guidano il rimbalzo globale, agganciando la scia positiva di Wall Street. In mattinata l’indice MSCI Asia-Pacifico ex Giappone sale dell’1,5%, portandosi sui massimi delle ultime sei settimane, mentre a Tokyo l’indice Nikkei ha chiuso le contrattazioni a 58.134,24 punti, in rialzo dello 0,44%, tornando ai massimi da fine febbraio, mentre Il Topix ha terminato a 3.770,33, in aumento dello 0,40 %. Bene Seul, che mette a segno un rally del 3%. Il movimento riflette un miglioramento del sentiment degli investitori, che tornano a scommettere su un allentamento delle tensioni geopolitiche, favorendo un progressivo ritorno dei listini verso i livelli precedenti allo scoppio del conflitto.
Sul fronte giapponese, tuttavia, emergono segnali più cauti sul piano tecnico. David Pascucci, market analyst di XTB, evidenzia come il Nikkei abbia fallito il test dei massimi toccati tra la prima settimana di febbraio e quella di marzo in area 58.700 punti, un livello chiave per l’impostazione del trend azionario. Il mancato superamento di questa soglia potrebbe aprire la strada a un movimento di ritracciamento, inizialmente di natura tecnica ma potenzialmente più ampio su base settimanale.
“Per il momento si tratta di un movimento preparatorio – osserva Pascucci – ma sarà decisiva la chiusura settimanale per valutare l’avvio di una fase ribassista”.
Nel frattempo, il calo del petrolio – sceso fino a 87 dollari al barile – ridimensiona drasticamente gli scenari più estremi che nelle scorse settimane ipotizzavano quotazioni fino a 150 dollari, contribuendo a rafforzare il clima di maggiore fiducia sui mercati finanziari.
Petrolio sotto i 100 dollari, mercati puntano sulla diplomazia
A sostenere il clima di fiducia contribuisce la prospettiva di una riapertura del dialogo tra Washington e Teheran. Il presidente statunitense Donald Trump ha indicato la possibilità di nuovi colloqui in Pakistan entro pochi giorni, mentre segnali analoghi arrivano anche da fonti iraniane e pakistane.
Le aspettative di una de-escalation hanno avuto un impatto immediato sulle materie prime: il Brent risale a 95,77 dollari al barile dopo essere sceso sotto quota 100, con una volatilità comunque elevata. Il raffreddamento dei prezzi energetici rappresenta un elemento chiave per i mercati, contribuendo a ridurre i timori di inflazione legata al conflitto.
Gli operatori interpretano il blocco navale nello Stretto di Hormuz più come una leva negoziale che come un preludio a un’escalation militare, rafforzando l’idea che entrambe le parti puntino a una soluzione diplomatica.
Europa prudente, ma i listini recuperano i livelli pre-bellici
In Europa l’apertura si preannuncia più cauta, con i futures in lieve calo, ma il quadro resta positivo dopo i rialzi delle ultime sedute. Ieri, Piazza Affari ha chiuso in progresso dell’1,36%, aggiornando i massimi da oltre due decenni, mentre le principali Borse continentali consolidano il recupero.
Anche negli Stati Uniti, la seduta della vigilia ha visto un forte recupero degli indici: il Nasdaq ha guadagnato quasi il 2%, registrando la decima giornata consecutiva di rialzi, mentre lo S&P 500 si avvicina ai massimi storici. Più contenuto il progresso del Dow Jones.
Obbligazionario e cambi: segnali di stabilizzazione
Una sguardo infine al fronte obbligazionario: i rendimenti dei Treasury arretrano leggermente dopo le recenti tensioni: il biennale scende al 3,746%, mentre il decennale si attesta al 4,24%. Un movimento che riflette il ridimensionamento dei timori inflazionistici.
Il dollaro, dopo sette sedute consecutive di ribasso, mostra segnali di stabilizzazione, mentre l’euro resta vicino ai massimi recenti. Anche questo contribuisce a delineare un quadro di maggiore equilibrio sui mercati finanziari globali.