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Borse in rally sul cessate il fuoco Usa-Iran, petrolio in picchiata

Le Borse globali reagiscono con decisione all’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. L’indice MSCI Asia Pacific balza del 5,1% ai massimi da cinque settimane, mentre i future sugli indici di Wall Street avanzano di oltre il 2,7% e i contratti europei segnano un progresso superiore al 5%, in scia al calo del petrolio e al ritorno dell’appetito per il rischio.

Sui listini asiatici Tokyo guadagna oltre il 5%, Seul sale di circa il 6%, Hong Kong avanza di oltre il 3%, Shanghai segna un rialzo intorno al 2,5% mentre l’Australia chiude in progresso di circa il 2,6%, con gli operatori che scommettono su prezzi energetici più bassi e su un possibile allentamento delle pressioni inflazionistiche globali.

Il rimbalzo è sostenuto dalla prospettiva di prezzi energetici più bassi, che potrebbero contribuire a contenere l’inflazione e favorire la crescita economica globale. Anche il mercato obbligazionario partecipa al movimento: i Treasury salgono e la curva si inclina in modalità “bull steepening”, mentre il dollaro – bene rifugio durante le settimane di conflitto – arretra dell’1%. L’oro, sostenuto dalle attese di tassi più bassi, torna a salire.

In forte rialzo l’Europa

In forte rialzo, al via delle contrattazione anche i listini europei. A Milano il Ftse Mib apre con un aumento intorno al 4%, Francoforte balza del 4,8% con il Dax a quota 24.021 punti.  Parigi sale del 3,54% con il Cac 40 a 8.200 punti e Londra di un +2,61% con il Ftse 100 a 10.620 punti. Sul Ftse Mib di Milano, tra i pochi titoli in rosso spiccano Eni (-7%), Tenaris (-3,7%) e Saipem (-1,8%). Per il resto, il listino si muovo in territorio positivo: in testa Unicredit (+8%), Stellantis (+7,12%) e Buzzi (+7%). Sotto la lente Mps (+5,38%), dopo che il cda ha risolto il rapporto di lavoro di Luigi Lovaglio nella sua qualità di Direttore Generale della banca.

In cosa consiste l’accordo di cessate il fuoco

L’intesa prevede una sospensione dei bombardamenti statunitensi sull’Iran per due settimane, in cambio dell’apertura immediata e sicura dello Stretto di Hormuz al traffico petrolifero. Teheran ha confermato che il passaggio delle navi sarà consentito durante la tregua tramite coordinamento con le forze armate iraniane.
L’accordo, raggiunto poche ore prima della scadenza fissata da Washington per un’escalation militare, è stato facilitato dalla mediazione del Pakistan e mira a guadagnare tempo per negoziare un’intesa più ampia. Gli operatori restano cauti: la tenuta della tregua e la normalizzazione dei flussi energetici attraverso Hormuz – da cui transita circa il 20% del petrolio globale – saranno determinanti per la durata del rally.

Petrolio in caduta: calo più forte in quasi sei anni

Immediata la reazione del mercato petrolifero alla notizia della tregua: il greggio registra una delle peggiori sedute degli ultimi anni dopo l’annuncio della tregua. Il West Texas Intermediate arriva a perdere fino al 19%, scivolando nell’area dei 95 dollari al barile, mentre il Brent arretra di circa il 14% fino a quota 93,9 dollari. Il movimento riflette la prospettiva di una ripresa dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz e l’attenuazione del rischio di interruzioni dell’offerta, con gli operatori che tornano a prezzare uno scenario energetico meno teso e pressioni inflazionistiche in calo.

Secondo l’analisi di David Pascucci, Market Analyst di Xtb, il movimento ricalca dinamiche già osservate nel 2022: una fase di accumulo, seguita da un’accelerazione rialzista fino a circa il 100% e quindi da una correzione nell’ordine del 30%, con il picco raggiunto che tende a rappresentare il massimo per i mesi successivi. Anche in questa occasione, sottolinea l’analista, il petrolio aveva già avviato il ribasso dopo aver sfiorato l’area dei 119 dollari, senza riuscire a consolidare sopra tali livelli, segnale di un mercato che fatica ad accettare quotazioni stabilmente superiori ai 100 dollari al barile. La guerra, in questa lettura, agisce soprattutto come catalizzatore della volatilità, mentre restano centrali le dinamiche di domanda e offerta: già prima delle tensioni in Medio Oriente, e dopo il trend discendente avviato nel 2022, la domanda globale non appariva sufficientemente robusta da sostenere prezzi elevati, con vendite che tendono a intensificarsi ogni volta che le quotazioni superano la soglia psicologica dei tre cifre.

Tassi, valute e materie prime: tornano le scommesse sui tagli Fed

La discesa dell’energia spinge gli investitori a rivedere le attese sui tassi. I rendimenti dei Treasury biennali scendono intorno al 3,72% mentre il decennale cala verso il 4,24%. I contratti swap indicano circa il 60% di probabilità di un taglio della Fed entro fine anno, contro quasi zero a inizio settimana.
Sul mercato valutario l’euro sale verso 1,17 dollari, lo yen e lo yuan offshore si rafforzano, mentre le criptovalute partecipano al movimento “risk-on” con Bitcoin in rialzo di oltre il 3%. Anche i metalli preziosi avanzano: l’oro guadagna circa il 2,7% e l’argento quasi il 6%.

Rally da sollievo ma volatilità ancora elevata

Nonostante il rimbalzo, gli analisti sottolineano la fragilità del movimento. Il proseguimento del rally dipenderà dalla conferma della tregua e dalla normalizzazione dei flussi energetici. Eventuali nuovi sviluppi geopolitici potrebbero riaccendere rapidamente la volatilità.

A proposito del rally dei mercati, Pascucci spiega che, anche in questo caso, “si tratta di pura volatilità, una volatilità oramai strutturale che potrebbe essere molto persistente nel corso dei prossimi mesi e che potrebbe portare i mercati a registrare delle performance estremamente positive cosi come estremamente negative. L’attuale situazione rientra perfettamente nella dinamica di un bear market di lungo termine, cosí come abbiamo visto nel 2022 dove a settimane di forti ribassi si alternavano settimane di forti rialzi con un risultato finale di lungo termine comunque negativo. Al momento quindi la dinamica che vediamo è senza direzione, la dinamica a lungo termine è improntata verso il risk-off e a guidare il tutto è al momento l’aspettativa di inflazione da qui ai prossimi 2/3 mesi e il mercato del lavoro”.

 Josh Gilbert, market analyst di eToro, invita a una reazione cauta: il fallimento della de-escalation potrebbe rappresentare un brusco risveglio.

“In un mercato a corto di notizie positive, leffetto del cessate il fuoco si è riflesso in maniera ampia: vendita immediata sul petrolio, con il greggio in calo del 16% sotto i 100 dollari, a dimostrazione di quanto rischio geopolitico fosse incorporato nei prezzi del petrolio e quanto rapidamente possa ridursi quando emerge un percorso credibile di de-escalation; future azionari in forte rialzo e l’oro supera i 4.800 dollari. Certamente i prezzi del petrolio più bassi rappresentano un fattore positivo. Alleggeriscono la pressione sui consumatori, attenuano le aspettative di inflazione e rimuovono uno dei principali fattori avversi che hanno gravato sulle azioni nelle ultime settimane. E’ importante però che gli investitori non corrano troppo avanti. Abbiamo già visto Trump fissare e prorogare scadenze più volte in passato, e una finestra di due settimane non rappresenta una soluzione permanente.

L’esperto ha infine sottolineato che il rialzo degli asset di rischio è coerente con le notizie, ma per consolidarsi dovrà essere supportato da progressi concreti nei negoziati.

“La questione centrale — se l’Iran riaprirà stabilmente lo Stretto di Hormuz e se si riuscirà a raggiungere un accordo duraturo — resta ancora del tutto irrisolta. Se le rotte marittime verranno riaperte e il petrolio tornerà a livelli normali, ciò potrebbe rappresentare un punto di svolta per i mercati globali. In caso contrario, se le due settimane trascorressero senza un accordo, è probabile attendersi un’inversione brusca e severa di questo rally di sollievo”.