BORSE: I DATI MACRO NON CONFERMANO IL RALLY

9 Giugno 2003, di Redazione Wall Street Italia

Pausa tecnica per Wall Street, dopo una reazione positiva ai dati sul mercato del lavoro USA. L’indice
S&P 500 si era spinto inizialmente fino a quota 1008, tornando a superare per la prima volta nell’ultimo
anno quota 1000, ma nel finale è ripiegato fino a quota 988, sotto il peso di prese di profitto
“psicologiche” peraltro giustificate dalla solida performance delle ultime settimane (a quota 1000
eravamo del 10% sopra i livelli del solo 20 maggio scorso).

Nulla di preoccupante, almeno sotto il profilo
tecnico, mentre si conferma il positivo sentiment dei mercati finanziari, pronti a scommettere su una ripresa futura di cui al momento non si vedono molte tracce, tanto meno sul mercato del lavoro. I segnali sull’occupazione stavolta erano complicati dalla presenza delle rettifiche annuali apportate alle serie storiche, che
hanno influito in maniera significativa sui dati dei due mesi precedenti, in meglio per aprile (da –48 mila a invariati)
e in peggio per marzo (da –126mila a –151mila).

Complessivamente, comunque, nel trimestre febbraio-aprile
sono andati perduti “solo” 272mila posti di lavoro, contro gli oltre mezzo milione stimati in precedenza, frutto di
una revisione molto netta soprattutto su febbraio. E a questo profilo meno brutto di quanto non sembrasse in
precedenza si è aggiunto in maggio un calo di occupati pari a sole 17mila unità, meno della metà del temuto.

Tutto ciò è bastato a rassicurare gli investitori, alla ricerca del minimo indizio per rimettere un po’ di capitali in
Borsa, nonostante sia proseguita ininterrotta l’emorragia dal settore manifatturiero (53mila posti in meno dopo i –
90mila di aprile e i –48mila di marzo), il tasso dei senza impiego, per quel che conta, sia lievitato dal 6 al 6,1% e
le ore lavorate, indicazione importante per anticipare la crescita complessiva del PIL, siano rimaste invariate,
dopo il –0,3% di aprile, e siano scese dello 0,2%, dopo il –1,4% di marzo, nel comparto manifatturiero. Per non
essere fuorviati dall’impatto delle revisioni si poteva guardare all’indagine effettuata presso le famiglie, quella
usata per il calcolo del tasso di disoccupazione (mentre la rilevazione dei posti di lavoro avviene presso le
imprese); ebbene, in maggio le famiglie hanno denunciato 200mila posti di lavoro in meno, contro i +339mila del
mese precedente.

Numeri molto volatili, che solitamente anticipano di qualche settimana il trend reale, ma che
stavolta confermano solo grande incertezza e prospettive per nulla così favorevoli. Insomma, se per il mercato del
lavoro le cose vanno meno peggio di quanto non pensassimo qualche settimana fa, l’uscita dal tunnel non è
ancora in vista e i dubbi sarebbero più che ragionevoli. Ma gli investitori di Borsa appaiono invece molto più
fiduciosi e ottimisti: forse perchè premuti da un’ingente liquidità e da rendimenti alternativi ritenuti insoddisfacenti,
sono di nuovo pronti a ritentare una scommessa sulla ripresa che già un paio di volte negli ultimi diciotto mesi non
è andata a buon fine.

In settimana, poche le novità in arrivo sul fronte dell’economia; tra queste la principale è costituita giovedì
prossimo dalle vendite al dettaglio USA di giugno, viste ancora fiacche a causa della debolezza dell’auto, e, per
gli amanti delle indagini sulla fiducia, venerdì prossimo dal solito rilevamento sulle famiglie condotto
dall’Università del Michigan. Quanto alla politica internazionale, le notizie dall’Afghanistan e dall’Iraq confermano
le difficoltà del gestire la pace in quelle aree, mentre stanno già naufragando le trattative sul futuro della
Palestina, incapaci di raggiungere, salvo che nel mondo falso dei nostri media, risultati equi e duraturi.

La farsa
continua, con tanto di missione speciale del nostro premier, forse ispirata, come rileva maliziosamente l’odierno
Financial Times, dall’opportunità di evitare l’imbarazzante presenza in aula nell’ambito del processo SME. Ma tra
il mancato incontro con il leader siriano e lo smacco ad Arafat, la visita rischia anche di apparire una mossa
pilotata dall’Amministrazione Bush, a rovinare quel poco che era rimasto di buoni rapporti tra l’Italia (e l’UE, di cui
tra breve il nostro Paese assumerà la guida temporanea) e l’Autorità Palestinese. Così di sicuro non si
contribuisce alla pace.

*Michele Pezzinga e’ capo strategist di Eptasim.