BORSA: PER L’EUROPA UN FINE ANNO DA FUOCHISTI?

17 Settembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Che Borsa farà in Europa, nell’ultima parte dell’anno? Dopo la correzione di maggio i mercati del Vecchio Continente (la storia si replica Oltreoceano) sono in fase laterale. Una situazione d’incertezza che potrebbe trasformarsi in un periodo di ribasso o, viceversa, in una più decisa ripresa. Gli esperti, interpellati da B&F, propengono per la seconda tesi: negli ultimi 100 giorni dell’anno la Borsa paneuropea ha una buona probabilità di salire. Ben otto, su dieci banche, scommettono su un rialzo; due propendono per un andamento piatto, e nessuna crede a una svolta all’indietro.

Quali le motivazioni di un simile ottimismo? Da un lato c’è la valutazione contenuta delle azioni scambiate sulle piazze del Vecchio Continente; dall’altro, la stabilizzazione del costo del denaro da parte della Federal Reserve e il ripiegamento del prezzo delle materie prime. Sul fronte opposto, il rischio numero uno indicato dagli esperti (peraltro frequentemente dibattuto) è quello di una debacle del settore immobiliare statunitense, capace di spingere in recessione l’America.

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FONDAMENTALI POSITIVI. Tra le cause dell’ottimismo, in primo luogo le quotazioni: «assai attraenti», le definisce Ian Richards di Abn Amro. «Basse», secondo Kevin Gardiner di Hsbc. «A livelli minimi», nelle parole di Florent Bronès di Bnp Paribas. Nessuno degli strateghi considera il mercato azionario caro o tirato, ma alcuni di loro tengono a fare dei distinguo. È il caso ad esempio di Ad van Tiggelen di Ing Investment Management: «I listini europei non sono né cari né regalati», afferma. «Semplicemente abbiamo assistito ad una corsa a mozza fiato degli utili e a un’espansione senza precedenti dei margini.

Insomma, il ciclo dei profitti è allo zenit e sta per scollinare. Di qui in avanti, il ritmo di espansione dovrebbe diminuire. Di conseguenza gli investitori non sono disposti a pagare multipli di Borsa elevati perché si aspettano un certo raffreddamento nel 2007». A ciò si aggiunge, secondo Frank Vranken, chief investment strategist di Fortis Private Bank, «il rischio di una graduale ascesa del costo del denaro, il quale staziona tutt’ora al limite inferiore della sua banda di oscillazione. Tassi d’interesse maggiori ridurrebbero l’appeal degli impieghi azionari».

PROFITTI OK. Se è vero che gli utili e i margini sono al massimo degli ultimi 50 anni, è altrettanto vero che i mercati di sbocco si sono moltiplicati, favorendo gli affari delle multinazionali. Ci spiega meglio il concetto Alain Bokobza di Société Genéralé: «Alcuni sono preoccupati a causa del volume record dei profitti rispetto alle dimensioni dell’economia in quanto temono che il trend non sia sostenibile. Ad esempio, si osserva come i guadagni delle società americane sono altissimi rispetto al passato. E lo stesso si potrebbe ripetere per le aziende quotate in Italia e in Francia.

Ma in questo ragionamento viene saltato un passaggio significativo: una volta, il giro d’affari delle imprese francesi o italiane era realizzato quasi totalmente all’interno del perimetro nazionale, mentre ora la globalizzazione ha dischiuso un mercato ben più ampio e dinamico. Si pensi alle società d’ingegneria, alle banche, alle utility, alle multinazionali tedesche e via enumerando. Ecco perché gli utili societari sono in grado di svilupparsi a tassi sensibilmente maggiori di quelli del prodotto interno lordo; almeno per qualche anno».

L’M&A.La tesi rialzista ha diverse altre frecce al proprio arco. Spiega Florent Bronès di BNP Paribas: «La corsa alle fusioni e alle acquisizione guadagnerà nuove prospettive di vita grazie all’ottimo flusso di contante generato dalle compagnie; all’ampia disponibilità di credito e al graduale abbattimento delle barriere nazionali».

Sul fronte degli accorpamenti e delle scalate, però, il Regno Unito vanta forse migliori credenziali rispetto al Continente. Perciò, se si tenta una scelta fra Inghilterra e zona euro, alcuni preferiscono la prima. «Uno dei motori del rialzo – chiarisce Richards – è appunto l’ondata di fusioni e acquisizioni. E bisogna riconoscere che il listino di Londra è meno permeabile alle intrusioni della politica di quanto lo siano le controparti continentali. Ciò offre un vantaggio competitivo». Mario Spreafico di Citigroup, mette poi l’accento sulla piega favorevole presa dalle materie prime: «In pratica è in corso il ridimensionamento generalizzato del prezzo delle commodity, con la prospettiva di alleviare la pressione inflativa».

Condivide la diagnosi di Spreafico Edmund Ng di Morgan Stanley: «L’inflazione negli Stati Uniti ha raggiunto un picco del 4,3%. Noi crediamo che la moderazione del Pil, unita alla flessione dei carburanti, innescherà un repentino rientro del costo della vita entro limiti di tranquillità, sorprendendo in positivo i risparmiatori e gli operatori professionali. VBisogna ricordare che tutte le misure di sentiment indicano grande cautela da parte del pubblico. In altre parole, le famiglie e i gestori sono rimasti in seconda fila, lontano dalle Borse. L’emorragia dai fondi comuni azionari offre l’immagine riflessa del cupo pessimismo nel quale è immersa la clientela retail. Se spunta qualche dato incoraggiante, i risparmiatori rischiano di essere colti in contropiede e, inseguendo le quotazioni, potrebbero dare vita al tradizionale rally di fine anno».

Le minacce a questo scenario idilliaco naturalmente non mancano. La più citata racconta di una sorta di Armageddon finanziario sull’immobiliare Usa che implode e trascina con sè l’economia Usa e Wall Street. Poi c’è l’eventualità di un acuirsi dell’inflazione che costringa la Federal Reserve a rimettere mano alla leva dei tassi. A seguire, gli attentati e l’instabilità geopolitica e, infine, si arriva addirittura al pericolo di una pandemia da influenza aviaria citata da Bronès di BNP Paribas. Tuttavia, a meno di catastrofi gli elementi positivi dovrebbero incidere più di quelli negativi, e il 2006 dovrebbe perciò concludersi nuovamente all’insegna del toro.

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