Economia

Borsa Milano -2,6% dopo Fed. Attaccati gli emergenti. Pesa instabilità Grecia e Cina

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MILANO (WSI) – Azionario globale in calo in una seduta che ha visto tutti gli schermi tinti di rosso. A Piazza Affari, il Ftse Mib cede -2,6% a 22.378,65 punti dopo un’accelerazione al ribasso sul finale. Alexis Tsipras, il premier greco, ha rassegnato le dimissioni in seguito alla spaccatura intestina del suo partito, Syriza.

Sul listino italiano pesano sopratutto i cali dei bancari. Soffrono ancora una volta gli industriali e gli energetici, come Cnh Industrial, Enel, Enel Green Power, Buzzi Unicem, Finmeccanica e Saipem, tutti titoli che pagano la paura per la frenata dell’economia cinese e il continuo calo dei prezzi del greggio. I futures sul petrolio Usa sono scesi in prossimità dei minimi da sei anni e mezzo, per poi risalire a 41,17 dollari.

Intanto i derivati sull’inflazione in Eurozona mandano un campanello d’allarme riguardante la deflazione. I contratti swap sull’inflazione a un anno, che servono per trasferire il rischio di rialzo dei prezzi al consumo da un operatore all’altro, sono scesi a -3 punti base, passando in negativo per la prima volta da quando la Bce ha avviato il suo programma straordinario di allentamento monetario. Il cosiddetto Quantitative Easing prevede l’acquisto di titoli di Stato per 1.100 miliardi di euro.

In Asia, un’altra seduta all’insegna dei ribassi, con Shanghai -3,42%, Tokyo -0,94%, Hong Kong -1,77%, Sidney -1,70%.

Se da un lato la cautela con cui la Fed mostra di voler tornare a rialzare i tassi di interesse conforta gli investitori – che temevano, così come l’Fmi, l’adozione di un manovra di politica monetaria restrittiva in un contesto economico ancora incerto, dall’altro lato lo stesso atteggiamento più attendista di Janet Yellen & company sembra confermare al mondo il deterioramento dei fondamentali economici.

Tra l’altro, lo stesso guru dei bond, Jeff Gundlach, aveva affermato che la possibilità di un rialzo dei tassi a settembre fosse “una cattiva idea”, lanciando un allarme su un imminente “vaso di Pandora” che sarebbe stato scoperchiato. Detto questo, la Fed sarebbe comunque orientata ad andare avanti per la sua strada, nonostante i timori su quelle che potrebbero essere conseguenze anche catastrofiche per i mercati emergenti.

In questi mercati, il bagno di sangue si sta già consumando da un po’, soprattutto da quando la Cina ha lanciato un nuovo round di svalutazioni, che ha innescato una nuova guerra valutaria. Tant’è che oggi la banca centrale del Kazakistan ha preso la decisione storica di far oscillare liberamente il tenge. Con il risultato che la valuta è crollata di oltre -23%.

L’indice MSCI Emerging Markets ha riportato un’altra seduta negativa – per il quinto giorno consecutivo -, cedendo oltre -1% e incrementando le perdite sofferte ad agosto a oltre -7%. L’indice è in ribasso -24% rispetto al record testato a settembre e versa chiaramente in un mercato orso. Sia l’indice Hang Seng di Hong Kong che il Taiex Index di Taiwan sono in calo di oltre -19% rispetto ai massimi di aprile, e dunque sono a un passo anche essi dal mercato orso.

A livello valutario, la lira turca testa un nuovo minimo record, scontando la decisione del Kazakistan. Per la prima volta in quasi 14 anni, inoltre, il rand sudafricano si è deprezzato contro il dollaro oltre quota 13, fino a 13,0030, estendendo i cali del 2015 a -11%.

Tornando alla Fed, immediata la reazione sui mercati dei cambi, con il dollaro che, dopo la pubblicazione delle minute della Fed relative all’ultimo meeting di luglio del Fomc, il suo braccio di politica monetaria, ha perso terreno, scontando il calo delle probabilità di un rialzo dei tassi a settembre. La probabilità è scivolata di fatto al 40%. Il biglietto verde ha successivamente recuperato terreno, con l’euro +0,28% saldamente sopra $1,11, a $1,1170, rafforza i guadagni con +0,45%. Dollaro/yen +0,04% a JPY 123,85. Euro/franco svizzero +0,33% a CHF 1,0773; euro/yen +0,50% a JPY 138,35, euro/sterlina +0,53% a GBP 0,7128. Aumentano le probabilità, al 65%, che la Fed alzi i tassi piuttosto nella riunione di dicembre.

Tra le materie prime, il petrolio prova a riprendersi dopo essere scivolato questa mattina vicino ai 40 dollari al barile, minimi dalla recessione del 2009. Il quadro comunque non è cambiato rispetto a ieri, quando al New York Mercantile Exchange il contratto a settembre aveva perso il 4,3% a 40,8 dollari al barile sulla scia di scorte settimanali Usa inaspettatamente cresciute. E infatti gli analisti di Citigroup dicono che si potrebbero rivedere i minimi pari a 32 dollari toccati nel 2008, quando esplose la peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione degli Anni 30.

A New York, i futures +0,9% a $41,17 dollari al barile dopo il tonfo della vigilia, quando sono crollati oltre -4%. Ad affossare i prezzi del petrolio, hanno contribuito i dati diffusi negli Stati Uniti dall’Energy Information Administration, che hanno messo in evidenza un rialzo delle scorte crude di 2,6 milioni di barili la scorsa settimana, contro le attese degli analisti di un calo -777.000 barili. Il contratto dei futures scambiati a New York è scivolato fino a $40,52 al barile, attestandosi attorno al minimo dell’anno e quella di ieri è stata la perdita di un giorno maggiore dal 6 luglio scorso. Le quotazioni hanno sofferto un tonfo di quasi -16% dall’ultimo meeting del Fomc di luglio.

Il contratto omologo sul Brent arretra +0,21% a 47,26 dollari. L’oro intanto risale +1,42% a $1.149,98 l’oncia, superando livelli tecnici importanti. Argento +1,29% a $15,52.

Positiva dunque la performance dell’oro, che ha segnato un rally attestandosi al massimo in un mese, causa lo smorzarsi delle speculazioni su un rialzo dei tassi della Fed, a settembre. Le quotazioni dell’oro con scadenza immediata sono salite fino a $1.142,25 l’oncia, al record dal 17 luglio, con un rally che nella seduta di ieri è stato +1,5%, al ritmo maggiore dallo scorso 13 maggio.

“Il mercato dell’oro è considerato molto conveniente – ha commentato in un’intervista a Bloomberg Jonathan Barratt, responsabile investimenti presso Ayers Alliance Securities a Sidney – La domanda fisica è estremamente elevata e i premi sull’oro stanno aumentando, fattore che sta scatenando l’interesse degli investitori”.

Per Bloomberg, inoltre, i trader scontano con una probabilità addirittura del 36% che la Fed alzi i tassi a settembre, contro la probabilità del 54% dello scorso 7 agosto. (Lna-DaC)