BORSA E TASSI: GUARDATE CHE SUCCEDE IN ISRAELE

3 Settembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Innovare, innovare e ancora innovare. Sembra proprio questa la parola d’ordine che fa di Israele, in guerra da decenni, una delle economie più avanzate del mondo. Del resto, quando si vuole prendere a modello l’impegno di un governo nell’attività di R&S o di ricerca applicata, il pensiero non può che andare da quelle parti. Non a caso, proprio Israele guida la classifica mondiale dell’impegno pubblico nell’innovazione, destinando a questa il 4,5% del Pil. Soldi messi a disposizione di chi è capace di avere buone idee e realizzarle. Come dimostra anche il secondo posto nella classifica mondiale nella registrazione di nuovi brevetti e nella produzione di Cd-rom dopo gli Stati Uniti.

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Il Paese, tra l’altro, è interamente cablato sin dalla metà degli anni Settanta, grazie alla presenza storica di Intel e allo sviluppo di una «Silicon valley» sullo stretto territorio desertico tra Tel Aviv e Haifa, a qualche decina di chilometri dalla capitale Gerusalemme.

Proprio il primato sulla tecnologia e sulle energie rinnovabili, giocoforza per un’economia senza risorse energetiche da esportare (ma dove l’export di beni e servizi conta per il 40% del Pil), ha permesso a molte società israeliane di quotarsi sulla Borsa americana del Nasdaq, superate per numero solo da quelle canadesi.

Ora l’economia della stella di David si sta risollevando, dopo l’ondata recessiva che ha colpito a livello globale, con un Pil che già in primavera è tornato a crescere dell’1%. Ed è questo il motivo principale per cui la Banca centrale ha deciso un rialzo dei tassi che riflette le preoccupazioni per un inflazione più elevata di altri Paese emergenti, che per ora resistono alla tentazione, nonostante una crescita economica ben più alta dei Paesi del G7.

In effetti il problema dell’inflazione in Israele esiste, soprattutto dopo che al netto di beni energetici e alimentari, è balzata in luglio al 5,5%. E il contesto politico non aiuta, sebbene il leader del Likud, Binyamin Netanyahu, abbia recentemente presentato alla Knesset, il Parlamento, il suo piano economico anti-crisi. Tuttavia la politica monetaria resta solidamente nelle mani di un governatore di eccezionale fama internazionale. Stanley Fischer infatti, il padre dell’inflation targeting, è stato anche il «padre putativo» di Ben Bernanke nonché di Mario Draghi. E Fischer è uno strenuo sostenitore dell’indipendenza delle Banche centrali, opinione globalmente condivisa in tutti i Paesi G20.

Il rialzo preventivo dei tassi di 25 punti base, allo 0,75%, rappresenta così un caso di scuola, perfettamente ritagliato sulla «personalità» di un’economia molto aperta ma al tempo stesso vulnerabile per la sua dipendenza rispetto alla domanda estera e le sorti economiche del suo principale partner commerciale, gli Usa. Una dipendenza che ha pesato, insieme alla rincorsa dell’inflazione, anche sul settore bancario in termini di esposizione creditizia delle corporates e di profittabilità delle stesse banche. Nonostante un quadro in bianco e nero, la Borsa israeliana ha però seguito l’andamento delle altre Borse emergenti, con una performance del 40% mentre la sua divisa , lo shekel, ha chiuso in modo leggermente negativo il suo bilancio estivo, con una pausa temporanea della fase di apprezzamento.

Anche i consumi sono tornati in positivo, così come vanno bene i beni durevoli e il mercato immobiliare continua a tirare. Ma molto c’è ancora da fare per Netanyahu, ad esempio, per cogliere i frutti dei tagli fiscali a favore delle società e dei redditi privati che sono al centro del piano di stimolo, insieme alla lotta alla disoccupazione che ha superato a fine giugno il 7%.

Sul fronte del conflitto israelo-palestinese dopo 20 anni un piccolo spiraglio di luce arriva dai risultati dell’ultimo Congresso palestinese di Fatah che ha visto la netta vittoria della linea di Abu Abbas che a Ramallah ha raccolto il consenso intorno alla sua leadership e al suo programma consolidando il potere politico.

Le nuove forze di sicurezza addestrate dagli Usa, paiono essergli più fedeli di quanto non siano quelle istruite in Iraq e Afghanistan. E con la ripresa dei contatti con Israele le aree più «rivoluzionarie» sembrano ora più isolate. Così come appare isolata Hamas che a Gaza lotta, ironia della sorte, con gli ultraestremisti di Al Qaeda. Così, ora, la maggiore preoccupazione non sembra essere il conflitto locale. E anche se Abbas non recede dalla dichiarazione di guerra a Israele, forse potrebbe accettare un piano di pace legato al congelamento degli insediamenti. Perché il vero nemico temuto ora è l’Iran, con le sue milizie rivoluzionarie. Un pericolo condiviso da Abbas, da Israele e dalla maggior parte dei leader arabi.

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