BORSA: ASPETTANDO IL PROSSIMO CRAC

30 Giugno 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – La grande crisi che ebbe origine dai mutui americani compie un anno. Non se ne vede la fine. Era la fine di giugno del 2007 quando i mercati mondiali avvertirono uno scricchiolio sinistro. Cominciò a prosciugarsi il mercato del credito, le banche furono pervase da sfiducia reciproca, le emissioni obbligazionarie di grandi aziende non trovarono più compratori.

Dodici mesi dopo non possiamo illuderci di essere arrivati alle scosse di assestamento. Al contrario ci sono segnali di nuovi crac destabilizzanti. La settimana scorsa si è chiusa con il monito di Mario Draghi sulla “fragilità” dei mercati: un termine inusuale per il governatore della Banca d´Italia. Il governo tedesco per la prima volta nella storia ha attaccato la Banca centrale europea per l´imminente rialzo dei tassi. Lo strappo della Germania tradisce un´ansia profonda.

La prima ragione va cercata nell´impasse della stagflazione in cui stanno cacciandosi l´economia americana ed europea. Lo spettro della recessione che torna negli Stati Uniti – e la crescita zero che incombe sull´Europa – consiglierebbero di ridurre i tassi. Ma una poderosa tempesta inflazionistica ci investe, dal petrolio alle materie prime. 50 paesi del mondo hanno già ora un carovita superiore al 10%. Il manuale classico del banchiere centrale impone il rialzo dei tassi per prevenire una sbandata incontrollata dei prezzi.

La stagflazione è in sé uno scenario maledetto, che le banche centrali non riuscirono a curare velocemente negli anni 70. Vi si aggiunge un´altra malattia. E´ un dissesto del sistema bancario mondiale, ignoto in queste forme parossistiche negli anni 70: allora il mondo della finanza era più semplice, gli strumenti di controllo delle nostre banche centrali non erano al collasso.

E i bassi tassi, il denaro facile della Federal Reserve, in America è stato il carburante dell´irresponsabilità finanziaria. Continuare così è una follìa.
Da qualche giorno è ripartito un “gioco al massacro”, la sfiducia rampante tra banche. Tutti si chiedono quale sarà il prossimo big del credito mondiale a scoprire una voragine nei conti, provocando il panico tra i depositanti, gli investitori, e i concorrenti. Giovedì è finito il colosso belga Fortis nell´occhio del ciclone. E´ dovuta intervenire l´authority di vigilanza di Bruxelles per annunciare che non farà mancare liquidità ai clienti di Fortis, e questo annuncio è sempre un brutto segnale.

La Barclays inglese si salva in extremis – per ora – accogliendo grandi investitori pubblici dall´Asia e dal mondo arabo. Per quanto tempo ancora i “fondi sovrani” delle nuove potenze emergenti saranno disposti a fare i pompieri per placare l´incendio in casa nostra? Da un anno i governi di Pechino e del Golfo Persico hanno collezionato affari disastrosi, bruciando decine di miliardi in quote azionarie crollate in Borsa: hanno perso il 20% solo negli ultimi sei mesi. Prima o poi la logica economica li fermerà; oppure continueranno a lanciarci ciambelle di salvataggio per ragioni politiche, ma a che prezzo?

Il “buco mondiale” generato dai mutui subprime si aggira secondo le stime più autorevoli attorno ai 1.400 miliardi di dollari; finora le banche e altre istituzioni finanziarie ne hanno riconosciuto meno di un terzo cancellando quei valori dai propri bilanci. Restano 1.000 miliardi di dollari (una parte in capo a hedge fund, una buona metà alle banche tradizionali), una mina vagante pronta a esplodere. Bisognerà sanare anche quelle perdite. Come, e con quali costi?

Se le grandi banche cominciassero a vendere subito tutto ciò che possiedono, non troverebbero acquirenti sui mercati. E comunque, poiché sono a loro volta altamente indebitate, la vendita massiccia dei loro attivi andrebbe in parte preponderante a ripianare debiti. L´operazione di liquidazione dovrebbe quindi riguardare attivi per un multiplo molto elevato del buco dei mutui. Sono cifre irrealistiche, una via non percorribile in questa congiuntura.

Tanto più che i mercati non hanno imparato nulla dalla lezione del 2007. I vizi che hanno portato a quel disastro imperversano sui mercati finanziari. Un esempio: nelle scorse settimane si è accumulata un´immensa massa speculativa di “scommesse” su un calo dei tassi d´interesse. Ancora una volta degli istituti che dovrebbero usare prudenza – banche e fondi pensione – si sono avventati tutti insieme su strumenti tecnici sofisticati, per non dire incomprensibili e opachi: opzioni, swap e “titoli strutturati”, per puntare su un differenziale fra tassi a breve e tassi a lungo termine. Quando è apparso chiaro che la Bce non ha l´intenzione di calare i tassi, e anzi li alzerà questa settimana, in poche ore l´ultimo trend speculativo è crollato come un castello di carte. E´ probabile che siano emerse solo da questo gioco nuove perdite per 2,5 miliardi di euro.

Un anno è passato invano, senza che le banche centrali reagissero con un piano all´altezza di questo impazzimento dei comportamenti. Nel frattempo quella che all´origine era una malattia del credito si è sovrapposta al gelo dell´economia reale. Ai due settori bancario e immobiliare se ne sono aggiunti altri in pesante sofferenza debitoria in tutto l´Occidente: l´industria dell´auto, le compagnie aeree, in qualche paese perfino la grande distribuzione.

Nel drammatico vuoto di leadership, con i guardiani del mercato che balbettano impotenti, l´uscita dalla crisi sarà lunga e dolorosa. Le banche più debilitate faranno la fine della Northern Rock – la nazionalizzazione – con un costo pesante per i contribuenti. Altre, appena un po´ più solide, rischiano la sindrome giapponese: per riassorbire le voragini dei bilanci attraverso i profitti della normale attività bancaria ci vorranno anni. Il Giappone ce ne mise dodici. Ha tuttora un´economia reale in stato semi-comatoso.

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