BOND, NOTE
SULL’ALTRA BOLLA

di Redazione Wall Street Italia
20 Giugno 2005 10:02

*Financial Trend Analysis e’ una societa’ che opera nel settore dell’Analisi Tecnica. Le analisi di borsa qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Sono tre i temi caldi che i mercati finanziari seguono attualmente con grande apprensione: l’andamento del prezzo del greggio, quello del cambio euro dollaro e quello dei titoli di stato, i bond, soprattutto di quelli americani. Per tutti questi strumenti i valori raggiunti rappresentano in qualche modo una “anomalia”, e gli investitori giustamente si interrogano del perchè di movimenti apparentemente inspiegabili alla luce delle teorie economiche tradizionali.

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La più evidente di queste discordanze riguarda il mercato obbligazionario: la Federal Reserve prosegue nella sua azione di innalzamento dei tassi, ma i prezzi dei bond americani cocciutamente continuano a puntare al rialzo (in base alla teoria invece per non assistere ad un appiattimento della curva dei tassi, a seguito del rialzo degli interessi a breve anche la parte più lontana dovrebbe sollevarsi, causando una discesa dei prezzi delle obbligazioni).

Il future sul trentennale ad inizio giugno ha superato di slancio i precedenti massimi, segnati a febbraio, inviando così un segnale di forza solo parzialmente attenuato dal successivo storno nuovamente al di sotto della ex resistenza. Ed anche il decennale, sempre ad inizio mese, ha messo alla prova, pur senza superarli, i massimi di ottobre 2004 (il top di febbraio in questo caso era già alle spalle, superato poche sedute prima). I bond americani quindi viaggiano su valori che rappresentano i massimi dell’ultimo anno circa, un comportamento che non può non lasciare sorpresi i mercati che hanno assistito ad una lunga serie di rialzi consecutivi dei tassi da parte della banca centrale Usa e che quindi erano portati a considerare una discesa delle quotazioni delle obbligazioni governative solo una questione di tempo.

L’analisi grafica può aiutare in parte a spiegare questa situazione: è infatti evidente che i movimenti disegnati dalle obbligazioni americane negli ultimi due anni, a partire dal top del giugno 2003 fanno parte di una configurazione correttiva di ampio respiro, di una fase volta quindi a ritracciare il rialzo visto dai minimi di inizio 2002. Non esiste quindi una vera e propria tendenza di rialzo, ma piuttosto quella in atto può essere considerata un’ampia fase laterale all’interno della quale i prezzi dei bond riescono a muoversi al rialzo anche in assenza di stimoli forti come quelli che invece servirebbero per andare a fare registrare nuovi massimi superiori a quelli del 2002.

Nonostante il recente rialzo l’impressione è che con i massimi visti a giugno le obbligazioni Usa possano aver terminato la fase centrale della correzione (per chi mastica la teoria delle onde di Elliott si tratterebbe della fase B, successiva alla A ed introduttiva alla C, l’ultimo elemento necessario al completamento della terna correttiva), o per lo meno si siano avvicinate molto ai target ideali ipotizzabili come punto di arrivo delle rispettive onde correttive, situati a 115 per il 10 anni ed a 120,50 per il 30 anni. Solo superando queste soglie i bond Usa introdurrebbero un nuovo elemento rispetto al quadro grafico attuale, costringendo a rivedere l’ipotesi che quelli raggiunti (o al più i non distanti obiettivi indicati) possano essere i massimi di periodo.

Movimenti di prezzo al di sotto di 112 per il decennale e di 115,50 per il trentennale sarebbero invece segnali da non sottovalutare per chi detiene posizioni attive su questi comparti, dal momento che in quel caso sarebbe confermata l’ipotesi che la terza ed ultima fase della correzione ribassista iniziata con i massimi del 2000 è iniziata.

Considerazioni non troppo dissimili possono essere avanzata anche per il caso del dollaro: la moneta Usa, solo pochi mesi fa data per spacciata sotto il peso dei deficit gemelli, è passata nelle ultime settimane da una quotazione di 1,31 nei confronti dell’Euro ad un prezzo di 1,20 circa. Il movimento registrato è stato sicuramente degno di nota, ma anche in questo caso è necessario mettere le oscillazioni nella giusta prospettiva per evitare di incorrere nell’errore di farsi trascinare dalla emotività del momento. Rispetto al rialzo dai massimi di inizio 2002 infatti il recente calo rappresenta una correzione del 33% circa, e quindi deve essere considerata come un movimento di ritracciamento, non come una vera e propria tendenza ribassista, cosa che accadrebbe solo per percentuali di ritracciamento superiori al 50/60%.

Il terzo mercato che catalizza l’interesse degli investitori è, e purtroppo per i consumatori non solo recentemente, quello del petrolio. Nel corso delle ultime sedute i prezzi dell’oro nero sono stati messi ancora sotto pressione a causa dei crescenti timori di una carenza dell’offerta di gasolio e combustibili da riscaldamento, la cui domanda aumenta in modo più rapido rispetto alla richiesta di benzina. In questo caso, a differenza di quanto ipotizzato per i due precedenti, non vi sono tuttavia elementi grafici per poter ipotizzare che i prezzi raggiunti rappresentino un punto di arrivo per il trend (rialzista) in corso.

Anzi, casomai la situazione appare contraria, almeno per quello che riguarda il medio termine, dal momento che il ribasso visto nel bimestre aprile – maggio sul grafico che mostra l’andamento del Brent ha rappresentato il 50% circa di ritorno rispetto al rialzo visto dai minimi dello scorso dicembre, dimostrandosi un semplice movimento correttivo. E non solo: i minimi di fine maggio infatti sono stati registrati a ridosso della media mobile a 200 sedute, già ottimo supporto anche a gennaio, e non hanno quindi intaccato la tenuta di questo importante sostegno. Il rischio che i prezzi riescano a fare registrare nuovi massimi rispetto al top di area 57,25 per il brent e di 57,50 per il Wti è elevato, e se dovesse concretizzarsi non farebbe altro che confermare l’idea che i 50 dollari saranno da considerare in futuro il punto di partenza per nuove salite.

Le strade che ha l’investitore per cercare di cavalcare il rialzo ipotizzato per il prezzo del greggio non sono particolarmente originali ma non per questo prive di potenziali soddisfazioni: l’acquisto di un titolo come Eni ad esempio, che proprio nel corso della settimana appena conclusa ha ritoccato per l’ennesima volta i propri massimi storici, potrebbe essere sufficiente per cercare di compensare, con la realizzazione di auspicabili plusvalenze, l’inevitabile aggravio che subiranno i portamonete degli investitori ogniqualvolta si recheranno al distributore per fare il pieno al loro ormai “carissimo” veicolo.

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