BLOOMBERG
IL CANDIDATO
CHE NON LO DICE

21 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Michael Bloomberg lascia il partito repubblicano e scuote la campagna per la Casa Bianca, facendo temere ai candidati repubblicani e democratici in lizza di doversi confrontare con un rivale indipendente.

Il sindaco di New York ha formalizzato venerdì mattina la richiesta di «cambiare affiliazione politica» al «Board of Elections» cittadino, giustificando la decisione con il fatto di essere sempre stato «bipartisan». Il riferimento è alle origini nel partito democratico seguite da una svolta conservatrice che – come avvenuto nel caso del predecessore Rudolph Giuliani – gli ha aperto la strada per Grace Mansion. Ma in un’America già immersa nella campagna presidenziale 2008 si tratta di spiegazioni destinate solo a fomentare l’attesa per una formale discesa in campo con la casacca da indipendente.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

Tanto più che giungono al termine di quaranta giorni di una maratona a tappe forzate attraverso diciotto grandi città d’America, terminata con un incontro in California con i dipendenti di Google con i quali si è lamentato delle «risposte insufficienti» che gli attuali candidati presidenti danno «ai veri problemi del Paese»: pericolo dell’Iran nucleare, educazione debole, clima da difendere e leadership globale a rischio. «Sento che siamo in pericolo di perdere la leadership nella scienza, nella medicina, nell’educazione e nell’economia e nessuno sembra accorgersene» ha aggiunto.

L’incontro nel quartier generale di Google ha coinciso con una copertina del magazine Time, che lo ha ripreso assieme al governatore della California Arnold Schwarzenegger, al quale è accomunato dall’essere un repubblicano atipico perché in prima fila non solo nella lotta per la difesa dell’ambiente ma anche su questioni di valore come l’aborto e i diritti dei gay. Proprio Schwarzenegger martedì scorso ha pubblicamente detto che Bloomberg sarebbe «un grande candidato» perché «sa risolvere i problemi e ha una visione creativa del futuro». Da sottolineare il luogo dove Schwarzenegger ha parlato: l’Università della Southern California ovvero il collegio elettorale dove i repubblicani moderati sono in maggioranza e con il loro schieramento possono fare la differenza nell’assegnazione dello Stato durante la notte dell’Election Day.

Appena la notizia dell’addio al partito repubblicano si è diffusa Washington è stata investita da gossip politici, dirette tv e una serie di inattesi summit pre-elettorali. La prima a parlare è stata Hillary Clinton, candidata di punta dei democratici, graffiando: «Non mi stupisce che qualcuno voglia abbandonare il partito repubblicano». La replica è arrivata direttamente dalla Casa Bianca, dove il portavoce presidenziale Tony Snow, ha rammentato a Bloomberg: «E’ stato eletto con il partito repubblico e con donazioni repubblicane». In realtà Bloomberg ha fondi a sufficienza per non aver bisogno di nessuno: per le due campagne a New York ha sborsato di tasca propria un totale di 155 milioni di dollari e al momento la sua fortuna persoale ammonta a 5 miliardi di dollari ovvero denaro a sufficienza per affrontare una sfida presidenziale che potrebbe comportare spese fino a 500 milioni di dollari.

Bloomberg è consapevole che denaro e moderazione politica sono la sua forza, punta sull’aumento dell’attesa da parte del pubblico ma vuole evitare duelli anticipati sul 2008. Così ieri mattina si è presentato di fronte ai giornalisti per una conferenza stampa sul un nuovo numero telefonico per le emergenze col fine di gettare acqua sul fuoco: «Non intendo candidarmi, finirò il mio mandato, ho ancora 925 giorni a 10 ore di lavoro di fronte a me, ho il più bel lavoro del mondo e intendo farlo fino in fondo, New York ha già due ottimi candidati in campo». Ma quando poi, durante il botta e risposta, gli è stato chiesto cosa pensava di un’eventuale candidatura di un indipendente alla Casa Bianca ha risposto: «Più candidati ci sono in campo meglio è». La frase ha gelato Rudoplh Giuliani che aveva aspettato proprio la conferenza stampa per decidere come reagire ed ha quindi scelto il silenzio. E’ proprio l’ex sindaco infatti quello che rischia di più da una discesa in campo di Bloomberg: non solo hanno un profilo politico repubblicano-moderato simile ma condividono la base elettorale di New York.

Ma non è tutto: sebbene Giuliani resti il favorito alla nomination repubblicana gli ultimi sondaggi gli hanno recapitato brutte sorprese con un calo di favori a vantaggio del conservatore Fred Thompson, fino al punto da far registrare da un sondaggio Rasmussen il sorpasso a livello nazionale da parte di Thompson, 28 a 27 per cento. Giuliani perde consensi soprattutto al Sud ed è proprio in questi Stati che Bloomberg, 65 anni, si avvia a fare sosta nelle prossima settimane.

Se lo scenario di una candidatura indipendente dovesse avverarsi a farne le spese potrebbero essere i repubblicani, rischiando la ripetizione dello scenario del 1992, quando George Bush padre perse la sfida con Bill Clinton a causa dei 17 milioni di voti sottrattigli da un altro miliardario moderato: Ross Perot. Fra gli analisti elettorali c’è tuttavia anche chi ritiene che con Bloomberg in campo a perdere consensi potrebbero essere i democratici, in quanto il sindaco potrebbe intercettare molti elettori moderati in fuga dal partito repubblicano.

Copyright © La Stampa per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved