BERLUSKA, IL SISTEMA DUALE DI GOVERNO

27 Giugno 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – “Siete tutti ministri senza portafoglio” è una frase ganzissima e perfetta per il Silvio Berlusconi che collezionava interim e si occupava di tutto, dalla macroeconomia alla Nato passando per l’arredo urbano del G8 di Genova. Invece l’ha detta Giulio Tremonti prima della presentazione (con al fianco una squadra di ministri i cui portafogli sono nelle sue mani) delle tre finanziarie in una, con tagli alla spesa, qualche tassa sugli extraprofitti – concetto curioso se coltivato in ambito liberal-liberista – e poche concessioni ai mercatisti. Meno tasse? Per qualche anno no. Bonus bebé, via il bollo auto, grandi opere? Boh. La cordata Ermolli per Alitalia? Il dottor Ermolli non ha avuto incarichi dal governo. Insomma, quel che diceva il Cav. non dice Giulio, e viceversa.

Ciò che però accomuna il presidente del Consiglio, nella sua ultima versione degasperiana alle prese con la ultradecennale battaglia per affermare il primato della politica sulla toga, e il ministro dell’Economia, in forma nella sua ultima versione craxian-rigorista, lodato da banchieri come Corrado Passera e Alessandro Profumo, riconosciuto come pivot del governo dalla stampa (dall’editoriale di Paolo Mieli, in cui il direttore del Corriere della Sera lo individuava come vincitore delle elezioni, in poi), è la preoccupazione per l’economia, un timore condiviso dalla Confindustria e da manager capaci come Sergio Marchionne.

Dunque, divisione dei compiti, un po’ alla Kohl con Waigel e non come Sarko con Chirac. Berlusconi ha detto poco o nulla sulle manovre finanziarie, solo che è fiero del lavoro di squadra. In effetti – raccontano i bene informati – Tremonti, dando mostra di spavalda convinzione, facendosi vedere a Palazzo Chigi solo per le riunioni dei consigli dei ministri e giocando le sue carte per la leadership del Pdl prossimo venturo riesce a portare tutti i ministri attorno a sé, anche quelli che un tempo potevano essere considerati possibili rivali, come Renato Brunetta. Perfino Claudio Scajola, variabile e contropotere possibile, è in una fase attendista.

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Lo stesso Berlusconi in campagna elettorale aveva detto che non si potevano fare miracoli, quindi il Tremonti realista gli va più che bene, e un ultravincitore come il Cav. non ha certo problemi di vanità. C’è poi il naturale evolversi della situazione politica, delle ambizioni personali e dell’anagrafe verso una sorta di coabitazione governativa, anzi, una specie di sistema duale, con il Cav. presidente del Consiglio di sorveglianza e Tremonti capo operativo (un po’ come Giovanni Bazoli e Corrado Passera, che – lui sì – si occuperà di Alitalia).

E’ Tremonti che ha bloccato la nomina dei viceministri. E’ Tremonti che ha pesato molto nella composizione del governo, senza vincere sempre: non voleva Brunetta. E’ Tremonti che tratta con l’Ue. E’ Tremonti che raccoglie perfino proposte di collaborazione dalle un tempo odiate Fondazioni. E’ Tremonti che i giornali lusingano, magari per creare attriti col Caimano. E’ Tremonti che ha dato un’anima ideologica alla terza fase del Berlusconismo, con il libro “La paura e la speranza”.

E’ Tremonti che in nove minuti e mezzo ottiene il silenzioso sì dei ministri. E’ Tremonti che ha la gestione non soltanto della politica economica, ma della politica: prima il rigore, poi il federalismo fiscale. Se poi l’economia andrà meglio, sarà merito anche del Cav. Se andrà peggio, c’è chi dice che servirà “un fusibile da sostituire”, ma sono solo cattiverie di malelingue magari invidiose. Del resto Tremonti non voleva tornare a via XX settembre, consapevole dei guai italiani, ma in campagna elettorale fu “precettato” dal Cav.: l’unico ministro certo è quello dell’Economia.

Allora – pensa Tremonti – mi gioco il tutto per tutto a modo mio, anche la sfida della futura leadership. Le incognite? L’economia, prima di tutto. Il federalismo, in secondo luogo. Perché uno dei punti di forza di Tremonti è il rapporto con la Lega nord, ma Umberto Bossi non farà certo sconti su questo tavolo e Roberto Maroni, dal Viminale, non si sente sicuramente un ministro senza portafoglio, non avendo problemi di convivenza con il divo Giulio nei futuri assetti del Popolo delle libertà. Poi se le incognite volgono al peggio, nel sistema duale, conta il presidente del Consiglio di sorveglianza: alla fine sul suo tavolo passano le questioni e le decisioni strategiche.

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