BERLUSCONI: «MAI PENSATO ALLE ELEZIONI ANTICIPATE»

18 Novembre 2009, di Redazione Wall Street Italia

“Vedo con stupore che si stanno moltiplicando e diffondendo notizie che continuano a fare apparire come imminente un ricorso alle elezioni anticipate. Non ho mai pensato niente di simile”, con una nota il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi taglia corto sulle polemiche delle ultime ore. Polemiche, per la verità, rinfocolata ieri dal presidente del Senato Renato Schifani, tradizionalmente vicino al premier.

Berlusconi. “Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura – spiega la nota del premier – ed è questo l’impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell’interesse del Paese”.

“La maggioranza che sostiene il governo è solida – continua la nota – anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative. Grazie a questo sostegno e alla fiducia che ci manifesta ogni giorno oltre il 60 per cento degli italiani completeremo le riforme di cui l’Italia ha bisogno”. Ma nel Pdl un malessere è presente: i nodi de ddl sul processo breve ed ora la legge sul diritto di voto agli immigrati non sono stati sciolti.

Fini e i finiani. Ora si tratta di capire se Fini e gli ex di An che fanno riferimento al presidente della Camera, faranno un passo indietro o quale sarà il ‘casus belli’ su cui maggioranza e legislatura potrebbero andare in frantumi. Oggi, per esempio, a Montecitorio, è previsto il voto di fiducia chiesto dal governo sul decreto che privatizza l’acqua: sarà l’occasione di verificare se ci saranno delle defezioni nella maggioranza. L’altro episodio che potrebbe mettere in crisi la maggioranza riguarda le mozioni presentate al Senato e alla Camera da Pd e Idv che chiedono le dimissioni di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, del quale i pm di Napoli hanno chiesto l’arresto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Lo stesso presidente della Camera aveva sollevato il problema di questa candidatura ben prima che esplodesse il caso giudiziario.

Berlusconi: “Ho incontrato Fini”. E quello di Fini e della sua idea di destra spesso in collusione con la visione del premier è il vero problema della maggioranza. E mentre i suoi giornali continuano a picchiare duro sul presidente della Camera Berlusconi fa mostra di tranquillità: “Fini l’ho già incontrato, non c’è nulla da chiarire”, dice. Poi spiega che “Schifani ha detto che se cade la maggioranza, non si può pensare a una maggioranza diversa da quella che hanno votato gli italiani. Permettetemi di dire che ha detto una cosa ovvia” e ribadisce di non aver “mai pensato” alle elezioni anticipate e stigmatizza quelle che ha definito “le contorsioni della politica”. E sulla vicenda di Cosentino taglia corto: “Su questo non voglio intervenire”.

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(WSI) – «Verrebbe voglia di dimettersi», e ieri mentre lo diceva Berlusconi si svestiva del sorriso con cui aveva appe­na salutato Erdogan per indos­sare una smorfia di disgusto. Era imbarazzato per quei rumo­ri di protesta saliti dalla strada che avevano accompagnato il pranzo a palazzo Chigi con il primo ministro turco, per quel­la voce amplificata dal megafo­no che si era accomodata a tavo­la tra loro, e che lui aveva rico­nosciuto: la voce di Di Pietro.

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Il «senso di vergogna» che ha confidato di provare era un mi­sto di indignazione per l’ospita­lità violata e per veder «messa quotidianamente alla berlina l’immagine del presidente del Consiglio». In quella scena che il Cavalie­re ha visto rappresentata l’azio­ne di accerchiamento di cui si sente vittima. «Non basta il con­senso popolare», ha commenta­to. È vero che in altre stagioni aveva già sfidato quel sistema ritenuto «ostile». Oggi però è al­le prese con il tornante più diffi­cile della sua carriera politica, imprenditoriale e soprattutto personale. Non ci sono più alle­ati e tanto meno amici, se ha scelto l’isolamento è anche per verificare come agiranno gli av­versari.

Il silenzio del premier è riem­pito dalle parole altrui, e nella maggioranza si assiste a un’esca­lation dello scontro, quasi fosse un’anticipazione di quanto acca­drà «dopo» Berlusconi. Chissà se è anche questo che il premier vuole dimostrare, è certo che da ieri si è superato persino il limi­te del conflitto istituzionale. Per­ché ormai i presidenti delle Ca­mere hanno assunto un ruolo politico: l’ha fatto prima Fini, ora lo fa Schifani, che in aperto ed evidente contrasto con il col­lega di Montecitorio ricorda co­me senza una maggioranza com­patta è necessario tornare al cor­po elettorale. Il nodo era e resta lo scudo giudiziario per il Cavaliere, at­torno a questo nel Pdl si è aper­to un braccio di ferro dalle con­seguenze al momento inimma­ginabili, se il problema non ve­nisse risolto. Ma a forza di gioca­re al rilancio tutti hanno smarri­to il controllo della situazione che ora rischia di diventare in­governabile. Le comunicazioni ai vertici sono interrotte, resta Gianni Letta a far da tramite. E ieri sera il telefono del sot­tosegretario alla presiden­za è squillato di continuo.

Per­ché Berlusconi non poteva non sapere cosa avrebbe detto nel pomeriggio il presidente del Se­nato, un’esternazione che Fini ha interpretato come una sfida. E il titolare della Camera vuole capire cosa intende davvero fa­re il premier: «Se non vuole le elezioni si può aggiustare tutto, altrimenti si sfascia tutto». Ci sarà un motivo se Letta si è affannato a spiegare ai suoi in­terlocutori che «Berlusconi non vuole il voto anticipato», frase però dalla doppia interpre­tazione: non voler andare alle urne potrebbe anche significa­re che il premier ne farebbe a meno, ma che non le esclude. Fosse il braccio destro del Cava­liere a dover decidere, lui le escluderebbe: «Il voto sarebbe un errore. Eppoi c’e il Quirinale che lo impedirebbe».

Proprio per questo Fini ritiene quella minaccia un’arma scarica, a me­no che la Lega non si schie­rasse con il premier. Matteo­li, una vita a fare il pompie­re anche dentro An, teme disastri: «La ripresina do­po la crisi economica de­ve indurre tutti al senso di re­sponsabilità. Il voto sarebbe un dramma per il Paese. Così co­me sarebbe drammatico se al premier non fosse consentito di governare. Perciò sulla giusti­zia va trovata una soluzione po­litica ». Manca la voce di Bossi, che ha convocato per venerdì un vertice del partito. Un solo pun­to all’ordine del giorno: «Comu­nicazioni del segretario». Il Car­roccio non mostra le sue carte, e ieri Maroni al Tg1 le ha voluta­mente tenute coperte. «Noi sia­mo impegnati a fare le rifor­me… », ha esordito il ministro dell’Interno, «… ma le riforme che vogliamo, richiedono una maggioranza coesa». Nulla og­gi è più certo dell’incertezza.

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Se la maggioranza non è compatta è meglio andare al voto. Anche il presidente del Senato, Renato Schifani si schiera col partito dei falchi del Pdl che vede le elezioni anticipate come unica soluzione alle difficoltà interne ed esterne del governo e che vedono Berlusconi oscillare tra la prudenza e la voglia di rovesciare il tavolo. Immediata (segno di una maggioranza davvero poco compatta) la replica del finianio Granata che rimanda al mittente le accuse e parla di “Pdl che somiglia a una caserma”. Dall’altra parte, anche Bersani ricorda a Schifani che “la legislatura non è proprietà del centrodestra”. Prudente Maroni (Lega Nord) che chiede coesione “per realizzare il programma”.

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Schifani ne ha parlato intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico del collegio ‘Lamaro-Pozzani’: “Compito dell’opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale. Compito della maggioranza è garantire che in parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale”.

Per Schifani, questo “è sempre un atto di coraggio, di coerenza e correttezza verso gli elettori. Molti ordinamenti costituzionali da tempo accettano questi fondamentali principi di una democrazia matura. La scelta dei cittadini non va tradita, va rispettata fino in fondo, senza ambiguità ed incertezze. La politica non può permettersi di disorientare i propri elettori”.

Il finiano Granata. Il monito di Schifani non sembra preoccupare più di tanto la componente vicina al presidente della Camera: “C’è un clima irrespirabile, ma non per colpa nostra – dice l’ex-An Fabio Granata -. Da parte nostra non c’è una volontà di arrivare alla rottura o alle elezioni, ma nessuno può pensare di evitarle riportando tutto a un pensiero unico. La compattezza non è essere fedeli alla linea come se fossimo in una caserma, ma rispettare i patti sulla giustizia e anche avere compattezza su questioni come quella di cosentino”.

Interpellato in transatlantico, Granata non fa alcun passo indietro nè sulla giustizia nè sulla richiesta di dimissioni di Nicola Cosentino da sottosegretario all’economia. Al contrario cita l’esclusione dal processo breve del reato di immigrazione clandestina, il meccanismo “contraddittorio” per reperire risorse a favore della giustizia con la vendita dei beni della mafia, “gli attacchi del giornale e di libero”: “c’è un clima irrespirabile, ma non per colpa nostra”.

Il deputato ‘finiano’ spiega che “se c’è la volontà si può ricucire”. Per farlo, però, serve appunto “rispettare i patti” a cominciare dal ddl sul processo breve: “Noi vogliamo un provvedimento equilibrato che permetta a Berlusconi di finire la legislatura da premier come è giusto che sia, senza essere stoppato attraverso l’azione giudiziaria, ma senza demolire il sistema giustizia”. Certo, “se tutto questo viene visto come un complotto, si vede che c’è un pregiudizio dell’altra parte”.

Insomma, è la risposta secca di Granata a Schifani, “compattezza non è essere fedeli alla linea come in una caserma, che poi non si capisce nemmeno chi è che detta la linea perchè non è neanche sicuro che sia Berlusconi…”.

Bersani. A stretto giro arriva anche la replica del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “Il centrodestra e il presidente del Senato non sono i padroni della conduzione della legislatura”. Quello che dice Schifani, spiega Bersani, “conferma in modo inequivocabile i problemi della maggioranza. Vogliamo credere che il centrodestra, insieme alla seconda carica della Repubblica Schifani, non si sentano padroni della conduzione della legislatura, questo sarebbe davvero singolare”.

Maroni. Il ministro degli Interni, Roberto Maroni non sembra voler polemizzare direttamente con Schifani. Lo preoccupa, principalmente, il rischio che elezioni anticipate ritardino di molto le riforme federaliste che la Lega aspetta: “Noi siamo impegnati a realizzare il
Programma di governo, che prevede importanti riforme. È certo che riforme importanti e impegnative come quelle che vogliamo realizzare richiedono una maggioranza coesa”.

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La maggioranza dà un ultimatum a Fini Schifani: “Il Pdl sia compatto o si voti”

Roma – “Compito della maggioranza è garantire che in Parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale”. Lo ha detto il presidente del Senato Renato Schifani, intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico del collegio “Lamaro-Pozzani”.

Ritorno alle urne atto di coraggio “È sempre un atto di coraggio”, ha aggiunto il presidente Schifani, riferendosi al ritorno alle urne, che sarebbe “coerenza e correttezza verso gli elettori. Molti ordinamenti costituzionali da tempo accettano questi fondamentali principi di una democrazia matura. La scelta dei cittadini non va tradita, va rispettata fino in fondo senza ambiguità e incertezze. La politica – ha scandito – non può permettersi di disorientare i propri elettori”. “Il compito del Governo è lavorare per realizzare il programma concordemente definito al momento delle elezioni”. Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani, aprendo l’anno accademico del Collegio Universitario “Lamaro Pozzani”. “Compito dell’opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale”, ha aggiunto il Presidente del Senato.

Bersani: “La maggioranza ha grossi problemi” “Mi limito a considerare che questa dichiarazione di Schifani equivale a dire: “il centrodestra ha grossi problemi”. Lo dice ai giornalisti il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, commentando la frase del presidente del Senato sulla necessità che la maggioranza sia compatta altrimenti si torni alle urne. Bersani aggiunge: “vogliamo credere che il centrodestra assieme alla seconda carica della Repubblica non si sentano padroni della conduzione della legislatura. Questo sarebbe davvero singolare”.

Idv: “Una minaccia” “Credo che quello di Schifani sia più di una minaccia, è l’annuncio di una resa dei conti, è difficile dire come si concluderà ma se il panorama è quello di uno stillicidio nella maggioranza allora meglio andare al voto prima possibile”. Così Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera, commenta le parole del presidente del Senato secondo il quale “se la maggioranza non è compatta è meglio il voto anticipato”.

Granata: “No a partito caserma” “Rifiutiamo l’idea che il partito sia una caserma, sosteniamo la necessità di discutere per arrivare a un buon risultato. Se invece prevale la sindrome del complotto contro il presidente del Consiglio, allora siamo fuori strada”. Fabio Granata, parlamentare Pdl fra i più vicini al Presidente della Camera Gianfranco Fini, prende nettamente le distanze dall’ultimatum alla maggioranza del Presidente del Senato Rneato Schifani. “Le questioni sopravvenute in seguito alla bocciatura del lodo Alfano – si domanda Granata commentando le parole di Schifani, ospite alla trasmissione di Youdem Punto dem serà non sono ascrivibili come programma di governo?” Granata, infatti, non nasconde il momento di “forte conflitto” che si è venuto a creare nella maggioranza sul tema della riforma della giustizia, considerata cartina di tornasole della tensione nel partito di maggioranza relativa. E riguardo in particolare alla proposta di legge sul processo breve, “occorre trovare la conditio di costituzionalità e la copertura finanziaria necessaria che non può certo essere garantita dall’idea di poter vendere i beni confiscati alla mafia”.

La Russa: “Nervi saldi e idee chiare” “Ci vogliono nervi saldi e idee chiare: cose che non mancano al Pdl, utilizziamoli”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, rispondendo a una domanda dei giornalisti che gli chiedevano un commento sulle dichiarazioni del presidente del Senato Renato Schifani che oggi aveva espresso l’opinione che sarebbe meglio tornare alle urne senza compattezza nel Pdl.

Processo breve distinto da riforme Politica e riforme, binomio di strettissima attualità. Il presidente del Senato torna su quanto detto ieri sulla “perdita di tempo” che ha portato sin qui a un sostanziale nulla di fatto dall’inizio della legislatura. Ma c’è un rischio fortissimo: che l’aspra polemica in corso sul “processo breve” prenda il sopravvento facendo saltare ogni ipotesi di cambiamento. Proprio per questo Schifani esprime l’auspicio che riforme costituzionali e polemica politica sul ddl che accorcia i processi vengano tenuti “su piani completamente diversi”, altrimenti sono a rischio anche le stesse riforme. Incontrando i cronisti a margine di un convegno sul federalismo fiscali, Schifani spiega infatti di ritenere “che ci si muova su piani diversi, quello del processo breve e della riforma ordinaria della giustizia è un problema squisitamente politico. Quando parliamo di riforme costituzionali – dice – dobbiamo volare alto, perché si tocca l’interesse superiore del Paese. Mi auguro che questi piani vengano completamente scissi, altrimenti continuerebbe a passare inutilmente tempo senza che si attui alcuna riforma costituzionale”.

Trovare condivisione “Mi auguro – ha aggiunto la seconda carica dello Stato – che tutti i partiti, di maggioranza e opposizione, abbiano un sussulto, non di dignità, perché non mi permetterei di offenderli, ma di volontà politica per dire basta, fermiamoci, basta al litigio, basta alle incomprensioni, riformiamo il Paese e facciamolo nell’interesse superiore dei cittadini”. “I temi di politica economica e sociale – ribadisce Schifani – possono rientrare nella dialettica conflittuale fra le parti, ma sulle riforme costituzionali credo che la politica dovrebbe trovare un momento di confronto. Ci si deve confrontare e – conclude – trovare il massimo della condivisione”.

Casini: trovare un’alternativa a processo breve L’Udc chiede al Pd di trovare una soluzione condivisa per evitare che il testo sul processo breve diventi legge. È l’obiettivo che il leader dell’Unione di centro, Pier Ferdinando Casini vuole raggiungere insieme a Bersani, al quale chiederà un incontro per vedere se esiste una via d’uscita possibile al testo presentato dalla maggioranza al Senato e che Casini continua a considerare una “schifezza”. “Stiamo lavorando responsabilmente. Ora – ha annunciato Casini al termine di un incontro a Montecitorio con una delegazione dell’Anm guidata dal presidente dell’associazione, Luca Palamara – chiederemo un incontro al Pd per capire se è interessato a trovare una soluzione. Noi, da soli, le montagne non le possiamo spostare. Se c’è la collaborazione di tutti, una soluzione, una terza strada, forse si può trovare. Ma è chiaro che senza sponde è difficile riuscirci”.

Niente doppio binario “L’idea di un doppio binario non esiste – ha poi aggiunto Casini sentenziando l’inemendabilità del testo Gasparri-Quagliariello – qui il binario è uno solo: farsi carico della posizione della maggioranza. Il resto sono chiacchiere, tanto gli italiani sanno benissimo quale è il problema. Allora o lo si affronta in modo condiviso, oppure se non lo affronta si andrà al muro contro muro. La politica – aggiunge Casini – impone l’obbligo di assumersi la responsabilità delle scelte, anche di decisioni difficili”.

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ROMA – Adesso ne parla anche la seconda carica dello Stato. Renato Schifani interviene all’inaugurazione dell’anno accademico del collegio universitario «Lamaro Pozzani» ed evoca l’ipotesi di «elezioni anticipate». Secondo il presidente del Senato, se viene meno «la compattezza» della maggioranza «il giudice ultimo non può che essere il corpo elettorale». Frasi che vanno lette alla luce delle recenti fibrillazioni all’interno della coalizione di governo e dello stesso Pdl. Dice Schifani: «Compito del governo è lavorare per realizzare il programma concordemente definito al momento delle elezioni. Compito dell’opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale. Compito della maggioranza è garantire che in Parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale».

ATTO DI CORAGGIO – Per Schifani «è sempre un atto di coraggio, di coerenza e correttezza verso gli elettori. Molti ordinamenti costituzionali da tempo accettano questi fondamentali principi di una democrazia matura. La scelta dei cittadini non va tradita, va rispettata fino in fondo, senza ambiguità e incertezze. La politica non può permettersi di disorientare i propri elettori». La seconda carica dello Stato sottolinea poi che «il venire meno di questi presupposti di corretta politica può determinare la fuga dei giovani dalla diretta partecipazione al governo del Paese. Questo allontanamento può fare spegnere la speranza del cambiamento, genera sfiducia nell’avvenire, provoca risentimenti».

PD E IDV – Frasi destinate a lasciare il segno. Anche perché arrivano mentre dai palazzi della politica filtrano indiscrezioni sull’umore nero di Silvio Berlusconi: il premier, sfibrato dalle polemiche sul processo breve e dalle recenti posizioni assunte da Fini («Le riforme siano condivise», ha ammonito il presidente della Camera), non avrebbe intenzione di scartare nessuna ipotesi. Neanche quella di giocarsi la carta a sorpresa del voto anticipato. «Mi limito a considerare che questa dichiarazione di Schifani equivale a dire: ‘il centrodestra ha grossi problemi’» afferma il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. «Vogliamo credere – aggiunge Bersani – che il centrodestra assieme alla seconda carica della Repubblica non si sentano padroni della conduzione della legislatura. Questo sarebbe davvero singolare». Antonio Di Pietro non ha dubbi. «La dichiarazione del presidente del Senato Renato Schifani non è una dichiarazione di distensione ma oserei dire che ha gli estremi del ricatto politico alla maggioranza», afferma in una nota il leader dell’Italia dei Valori. «Non vogliono andare alle elezioni – aggiunge – perché non ne hanno nessuna voglia, né lui, né Berlusconi. Vogliono piegare quel poco di libertà che c’è ancora nel Pdl per asservire la funzione istituzionale agli interessi del sultano nostrano». Caustico il commento di Massimo Donadi: «La posizione culturale e politica del presidente della Camera difende le prerogative del Capo dello Stato – dichiara il capogruppo Idv alla Camera – mentre Renato Schifani mi sembra più il ragazzo di bottega di Berlusconi che non la seconda carica dello Stato».

I GIORNALI – Il dibattito sul voto anticipato, insomma, è aperto. Tanto che ‘Libero’ dedica il titolo della prima pagina proprio a questa eventualità: «Silvio, chiudi il teatrino» è l’esortazione che campeggia sopra l’articolo a firma del direttore Maurizio Belpietro. Il sommario spiega: «Il presidente del Consiglio deve rompere gli indugi e chiedere le elezioni politiche. I suoi nemici e presunti amici lo stanno rosolando a fuoco lento…». ‘Il Giornale’ se la prende invece con Fini al punto da invitarlo alle dimissioni se non cambia linea. Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, in prima e sotto l’occhiello: «La partita contro il premier», titola a tutta pagina: «Ecco il doppio gioco di Fini». Nel sommario si spiega: «Come presidente della Camera fa il superpartes e mette i bastoni tra le ruote alla maggioranza. Ma dietro le quinte tira i fili su governatori e testamento biologico. E fa politica contro il suo partito».

I FINIANI – Articoli che non contribuiscono a rasserenare gli animi. «C’è un clima irrespirabile, ma non per colpa nostra – afferma Fabio Granata, uno dei deputati più vicini a Gianfranco Fini. – Da parte nostra non c’è una volontà di arrivare alla rottura o alle elezioni, ma nessuno può pensare di evitarle riportando tutto a un pensiero unico. La compattezza non è essere fedeli alla linea come se fossimo in una caserma, ma rispettare i patti sulla giustizia e anche avere compattezza su questioni come quella di Cosentino». «Se c’è la volontà si può ricucire – prosegue Granata – ma per farlo bisogna rispettare i patti» a cominciare dal ddl sul processo breve: «Noi vogliamo un provvedimento equilibrato che permetta a Berlusconi di finire la legislatura da premier come è giusto che sia, senza essere stoppato attraverso l’azione giudiziaria, ma senza demolire il sistema giustizia». Certo, «se tutto questo viene visto come un complotto, si vede che c’è un pregiudizio dell’altra parte».

I FEDELISSIMI DEL PREMIER – «Nel Pdl c’è un brutto clima – conferma invece Giorgio Stracquadanio, fedelissimo del premier – Granata ha chiesto una mozione contro Cosentino ed è stato accontentato… dal Pd». «La maggioranza va avanti se è compatta, non se c’è frazionismo interno. Io non penso che le elezioni anticipate siano il fallimento del Pdl, è esattamente il contrario: è il fallimento del Pdl che porta alle elezioni, di cui io temo l’esito». Per Stracquadanio «il silenzio del premier di questi giorni significa che sta elaborando quello che si deve fare. A questo punto è chiaro che il ddl sul processo breve sta diventando una vera trappola per il premier. Non tanto a causa delle ‘ghedinate’, come ha detto qualcuno, ma forse delle ‘bongiornate’, cioè le parti inserite dall’avvocato di Fini».

LA RUSSA – Tocca a Ignazio La Russa provare a gettare acqua sul fuoco: «Ci vogliono nervi saldi e idee chiare – afferma il ministro della Difesa – cose che non mancano al Pdl, utilizziamoli».