Bce in modalità allarme rosso: se non superà trilione, QE sarà delusione

19 Gennaio 2015, di Redazione Wall Street Italia

FRANCOFORTE (WSI) – Giovedì la Bce è chiamata a un test cruciale per risolvere la crisi dell’euro e veramente dimostrare veramente di avere la volontà e la capacità di “fare tutto il possibile” per preservare l’euro. Il 22 gennaio è infatti il giorno che tutti aspettano, l’appuntamento della settimana e dell’anno: la riunione in cui la banca centrale dovrebbe annunciare il programma di acquisto di bond per combattere la deflazione e rilanciare l’economia anemica dell’area euro.

La Corte di giustizia europea e la Banca nazionale svizzera hanno offerto un assist prezioso a Mario Draghi, aprendo la strada a un piano di quantitative easing (QE) da parte della Bce; ma l’opposizione della Bundesbank, nonché dei politici e dei cittadini tedeschi, potrebbe ostacolare l’operato dell’istituto centrale.

Secondo le notizie che circolano, come riassume bene anche il banchiere privato Paolo Cardenà sul suo blog, “il QE che sta per nascere sarebbe frutto di una soluzione di compromesso con i tedeschi che, legittimamente”, non ne vogliono sapere di essere coinvolti nei rischi connessi all’eventuale insolvenza di alcuni paesi.

ACCONTENTARE TUTTI PER NON BENEFICIARE NESSUNO

Ma spesso il compromesso non è la soluzione migliore. La Bce è in allarme rosso viste le ultime notizie economiche e di politica monetaria, con la Banca nazionale svizzera che ha sganciato il franco dall’euro.

Anche se il calo continuo dei prezzi al consumo in Eurozona, scesi su base annuale per la prima volta in cinque anni, non ha fatto che confermare le attese di un QE anche in Europa, dopo quelli visti in Usa e Giappone, il dissenso all’interno della stessa banca centrale e l’ostruzione della Germania verso l’acquisto di bond sovrani, tanto più se di paesi non virtuosi, ha reso particolarmente volatili gli scambi sui mercati negli ultimi tempi.

Le indiscrezioni di “Der Spiegel” parlano di un piano di acquisto del 20-25% del debito nazionale da parte di ciascuna banca nazionale, in modo tale che gli oneri derivanti da eventuali ristrutturazioni sovrane rimangano confinanti dentro il perimetro del paese insolvente, e quindi non vengano ripartiti tra i paesi dell’eurozona. Così i falchi teutonici austriaci e tedeschi accetterebbero di buon grado un QE. Il rischio, tuttavia, è di accontentare tutti per non portare giovamento a nessuno.

Sicuramente un altro punto chiave del piano sarà l’ammontare di denaro stampato e di titoli da comprare. Ormai è dato per certo che Draghi comprerà bond sovrano, bisognerà capire come il programma è disegnato e se è credibile e se sarà sufficiente secondo i mercati.

Proprio su quest’ultimo punto, c’è di che essere pessimisti. “Sarà molto difficile che la Bce rispetti le attese”, secondo Jens Nordvig, strategist del valutario di Nomura, interpellato dall’emittente CNBC.

L’importanza dell’appuntamento è enorme. “Sarà il driver principale, quello che Draghi deciderà di fare in termini di tassi e QE avrà un grande impatto sui mercati globali”, ha detto Paul Nolte, senior vice president e portfolio manager presso Kingsview Asset Management.
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Un altro dettaglio importante è come la Bce riuscirà a convincere gli operatori ed economisti scettici. Per farlo dovrà rompere con le vecchie tradizioni e obbligare le banche centrali nazionali a incassare perdite per il loro debito nazionale, proprio come pare intenzionato a fare Draghi, almeno stando dalle indiscrezioni stampa.

Secondo le previsioni, nel dettaglio la Bce infatti potrebbe comprare bond della Banca Europea degli Investimenti (Bei). Alla Grecia e ad altri paesi con rating junk, come il Portogallo, potrebbe essere così concesso di comprare bond sempre che tali paesi si impegnano a mettere in atto i programmi di riforme indicati dalla Commissione UE.

Ma così facendo Draghi rischierebbe di dare un messaggio sbagliato ai mercati, ovvero che la banca centrale europea non può farsi carico dei debiti sovrani più rischiosi. Il pericolo è quello di “spezzare l’Eurozona”, secondo Cardenà. “La soluzione di compromesso che sarebbe stata raggiunta, rischia di compromettere la capacità del QE di raggiungere proprio l’obbiettivo” prefissato.

Ormai sono passati quattro mesi da quando Draghi ha varato il suo Bazooka da mille miliardi di euro, un quarto dei quali è già stato usato. Nonotante i piani di prestiti vantaggiosi concessi alle banche e le centinaia di dollari iniettati nel sistema finanziario, il tasso di inflazione continua a scendere e le attività di credito concesso ad aziende e famiglie languono.

Da dicembre l’Eurozona è in deflazione e Draghi non ha più scuse: deve intervenire. Ma se il piano sarà inferiore ai 1.200 miliardi di euro, il mercato potrebbe rimanere deluso.

Allo stesso tempo ci sono due facce della medaglia deflativa. Un tasso basso di inflazione vuole anche dire bassi tassi di interesse, il che rende più facile la vita di Italia, Spagna e i paesi della periferia, perché possono vendere debito sovrano a un costo inferiore.
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L’inflazione negativa non è buona per l’economia reale nel suo complesso – la gente tende a non consumare, aspettandosi un nuovo calo dei prezzi – ma i governi non sono troppo allarmati.

Ciò potrebbe spingere la Bce a lasciare perdere – temporaneamente per lo meno – la soglia del 2% e fissare un obiettivo primario di circa l’1%. Ridurrebbe così il rischio che Spagna, Italia e altri vengano strozzati da un improvviso rialzo dei tassi di interesse, che al momento si trovano ai minimi storici dalla nascita della moneta unica.

Fonti:

Vincitori e Vinti

CNBC