BANCHE ROTTE

3 Dicembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
*Ranieri Razzante, oltre ad essere docente di Legislazione Antiriciclaggio all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, è presidente di AIRA, l’Associazione Italiana dei Responsabili Antiriciclaggio. AIRA è un’associazione indipendente, non politica e senza fini di lucro. Il suo compito è quello di diffondere la cultura della lotta al riciclaggio di denaro sporco. Maggiori informazioni su: www.airant.it. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – I numeri sono impietosi. E a questo punto fotografano una situazione che difficilmente conosce eguali. Una lista di caduti sul campo di battaglia di questa crisi finanziaria che non risparmia colpi agli istituti di credito. Se torniamo a quel fatidico settembre 2008 quando il mondo subì la scossa della notizia del fallimento di Lehman Brothers, tra le più grandi e finanziariamente esposte banche del globo, vediamo progressivamente allargarsi una faglia che ha letteralmente inghiottito banche di grandi, medie e piccole dimensioni, trascinandole nella voragine del fallimento. Una strage che non ha fatto feriti. Quelle che si sono salvate ci sono riuscite solo grazie al massiccio intervento dello stato, che con una mano calata dall’alto ha tirato fuori dall’impaccio istituti di tutte le dimensioni. Un fenomeno globale, come si suol dire, ma che ha avuto il suo inizio e il suo svolgimento più compiuto proprio nel mercato finanziario statunitense. Oltre 100 istituti di credito falliti sino ad oggi durante l’ultimo anno solare. 94 fino allo scorso 21 settembre, 84 fino ad agosto. 13 solo a febbraio. 12 istituti falliti nella sola giornata di martedì 3 novembre, ben 14 quelle fallite l’11 agosto e 9 nella giornata del 13 febbraio (secondo i dati forniti dal FDIC – failed bank list del 1 ottobre 2009).

Numeri e progressioni impressionanti che possono essere messi a paragone solo con quanto accaduto nel 1989, quando la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) decise la chiusura di 534 istituti nella celeberrima crisi delle Saving and Loans (istituti molto simili alle nostre Casse di Risparmio). Una lista che contiene nomi di banche di ogni proporzione del calibro di Strategic Capital Bank, Citizens National Bank, John Warner Bank, First National Bank of Danville, Founders Bank. Solo la Founders Bank contava un’attività per 962.5 milioni di dollari di cui 848.9 milioni in depositi. I numeri diventano ancora più importanti se si mettono a paragone con quelli degli anni appena precedenti: oltre 100 banche hanno dichiarato bancarotta (non ci sono ancora stime ufficiali sui numeri) un’enormità rispetto alle 25 “cadute” nel 2008 e alle “sole” 27 saltate nel periodo compreso tra il 2000 e il 2007. Bank First, Bank of Wyoming, Community Bank of West Georgia, American United Bank, giusto per fornire qualche nome in ordine sparso.

L’ FDIC – Federal Deposit Insurance Corporation – il fondo di garanzia americano gestito dal Tesoro e finanziato dalle stesse banche, è incaricato in questi casi di sobbarcarsi il peso del fallimento di ciascuna banca consociata, con tutto l’evidente disagio che questo può comportare. Ma andiamo per gradi. Il fondo di garanzia americano interviene sostanzialmente in aiuto dei risparmiatori, garantendoli dalle perdite che conseguono ciascun fallimento ed, in seconda battuta, per la liquidazione della banca fallita. Questo ovviamente in un periodo non di crisi non appare particolarmente gravoso, ma in un momento come questo, mette sicuramente a dura prova la tenuta di un istituto di questo genere. Tant’è che le risorse del FDIC sono oramai esigue, al punto da dover richiedere l’intervento dello stato federale per rimpinguare le esauste casse. Ci basti pensare che il solo fallimento di una banca di medie dimensioni comporta oneri per l’FDIC per un valore superiore a 850 milioni di dollari circa. Considerando la recente accelerazione dei fallimenti di questo periodo, problema di estrema attualità non può che essere la tenuta del fondo.

Attualmente il fondo è diretto da Sheila Bair, una lady di ferro che ha utilizzato parole incandescenti contro i grandi colossi bancari, accusati di delapidare il patrimonio dello stato tramite il meccanismo della c.d. “assistenza bancaria aperta”. Queste banche di enormi dimensioni vengono in gergo considerate “too big to fail” per cui, in nome di un superiore interesse collettivo arrivano ad accumulare passivi di ingenti dimensioni per poi richiedere l’intervento dello stato a disintossicare gli assets da prodotti finanziari non particolarmente brillanti. La Bair nell’impeto dettato dalla situazione ha chiesto a gran voce che le banche in questione vengano trattate alla stregua di qualsiasi altro istituto, dunque soggetti a fallimento quando questo non sia evidentemente evitabile, su modello di quanto accaduto alla Lehman Bros. Il tutto nell’ottica di “non causare danni collaterali ai mercati”.

Sheila Bair ha anche proposto la creazione di un fondo parallelo all’FDIC, istituito con fondi versati dalle too big to fail, ed in soccorso solo a queste. Il tutto per creare un sistema autoreferenziato ed autosufficiente. In questo momento il governo di Washington ha previsto un nuovo flusso di denaro da destinare al fondo: 100 miliardi entro il 2009, ed altri 500 nell’arco del 2010. Questi sommati ai 700 miliardi già spesi per bonificare la palude finanziaria americana dagli prodotti tossici, previsto dalla precedente gestione amministrativa ed ereditata da quella attuale, ci mostra la dimensione del fenomeno e quanto preoccupante esso sia attualmente. Il prestito sarà restituito al tesoro nell’arco di un periodo imprecisato. Almeno nelle previsioni, visto che durante al crisi delle Saving and Loans sopracitata, il fondo chiese un finanziamento di “soli” 15 miliardi, ad oggi non ancora del tutto restituiti.

Il Fondo si nutre principalmente delle quote versate da ciascuna banca associata in una percentuale annua, ed è difficile prevedere che tale percentuale possa aumentare per coprire la voragine creatasi. Le casse degli istituti non lo consentono. Ecco spiegata la necessità dell’ennesimo intervento del Tesoro, attingendo dai fondi pubblici, anche e soprattutto in funzione della previsione di perdite future dovute a mutui, prestiti, carte e titoli di credito. Alla FDIC è affidato anche l’ingrato compito di smaltire le scorie derivanti dal fallimento di ciascuna banca, smembrando la carcassa dell’istituto fallito e tentando di cedere sul mercato gli assets meno compromessi, nell’intento di rientrare almeno in parte del debito accumulato. Lavoro alquanto arduo viste le condizioni di ciascun istituto e il suo grado di compromissione con prodotti tossici.

Questo può significare innanzitutto dover abbassare il rating dei compratori, con evidente rischio, se non nel breve, sicuramente nel lungo periodo. Tra i fallimenti eccellenti è da annoverare Cit Group, tra le società finanziarie più importanti negli States: dopo aver ricevuto aiuti per 2.3 miliardi di dollari ha avviato le procedure fallimentari invocando il Chapter 11 per l’accesso all’amministrazione controllata, al fine di diminuire (e di non poco) il debito. Nella documentazione presentata al Tribunale di New York si può leggere come il debito accumulato arriva a 65 miliardi contro 71 miliardi di assets. Ciò significa che Cit Group entra di diritto in vetta nella poco gratificante classifica degli istituti di più grandi dimensioni mai falliti. Quinta nella classifica dei più grandi fallimento della storia.

Ciò ha portato con sé effetti più che negativi, trascinando a brevissima distanza di tempo dietro di sé altri 9 istituti ad essa collegati. Secondo delle recenti statistiche del Financial Times, ammonta a 476 miliardi di dollari il livello della svalutazione delle attività comunicate dalle grandi banche occidentali sino al luglio 2008, 254 i miliardi richiesti per l’aumento di capitale utile a far fronte all’emergenza, 1000 i miliardi di dollari stimati nell’importo delle svalutazioni totali nei bilanci delle banche e 1600 miliardi i valori persi dalle borse internazionali tra l’agosto 2007 e lo stesso periodo del 2008. Infine da una recente indagine di Standard & Poor’s riportata dal Telegraph e richiamata anche in un recente articolo pubblicato in questa autorevole rivista, emerge come il peggio potrebbe non essere ancora passato per alcuni tra i più grandi istituti internazionali. Tra tutti si è fatto il nome di istituti come Mizuho Financial, Citigroup, UBS, BVA, Bank of America, Deutsche Bank e la nostrana Unicredit.

Ma sull’orlo del baratro a volte non sono solo le banche. Una singolare notizia è apparsa qualche tempo fa sulla stampa americana, facendo un po’ il giro del mondo. Il governatore David Paterson dello stato di New York ha dichiarato che se non si interverrà in fretta lo stato sarà costretto a dichiarare la bancarotta per mancanza di fondi. Infatti, la crisi che ha colpito la Grande mela, principalmente riferita alla crisi dei mutui, ha lasciato l’amministrazione senza fondi, con grave rischio per la garanzia dei servizi e della sicurezza. «Entro Natale potrà arrivare la bancarotta» le parole del Governatore, che aggiunge «le casse saranno vuote in quattro settimane e mezzo. A meno che non facciamo qualcosa finiremo senza soldi».

Il debito ad una prima stima appare riferibile ai 3.2 miliardi di dollari, dovuto principalmente all’esposizione creditizia dei mutui subprime. La colpa dello stato è stata quella di essersi lasciato trasportare dall’onda di entusiasmo che aveva condotto a contrarre prodotti che oggi vengono definiti tossici e che puntualmente hanno mostrato tutta la loro fragilità: credit default swap, asset-backed securities, collateralized debt obligation, tutti prodotti caratterizzati da un rischio elevato. Anche qui è auspicabile l’intervento dello stato a riportare serenità. In totale controtendenza appare invece il colosso Virgin che a detta del suo fondatore Richard Branson è intenzionata ad investire nel settore bancario. Per il momento è un argomento che riguarderà solo il mercato inglese dove Branson dovrebbe rilevare alcuni assets della Northern Rock una di quelle banche che nel pieno della crisi finanziaria inglese sono state inglobate dallo stato. Se poi l’esperimento dovesse riuscire – assicura Richard Branson – allora “la esporteremo anche all’estero”.

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