Banche, come e quanto guadagnano dalla vendita di prodotti finanziari

23 Agosto 2021, di Redazione Wall Street Italia

Banche, come e quanto guadagnano dalla vendita di prodotti finanziari

Come guadagnano le banche italiane? Quali sono le principali fonti di ricavo del settore bancario? Una risposta a questi interrogativi si trova analizzando i dati della relazione annuale della Banca d’Italia: secondo quanto emerge dall’analisi condotta dalla Fabi relativa al 2020, sul totale del “fatturato” degli istituti di credito, la quota legata alle commissioni risulta in crescita, mentre è in calo quella derivante dai prestiti (margine d’interesse).
Resta residuale, invece, la fetta definita “altri ricavi diversi dalle commissioni” nella quale sono ricomprese, tra altro, le attività di trading su titoli finanziari (a esempio la compravendita di azioni).

Banche, i ricavi dalla vendita di prodotti finanziari

Le banche italiane stanno quindi diventando sempre più negozi finanziari, gli istituti di credito sembrano sempre meno orientate all’attività tradizionale, quella legata ai prestiti, e sempre più indirizzate a vendere prodotti di risparmio e assicurativi.

I numeri evidenziati dalla Fabi parlano chiaro: sul totale di 78,1 miliardi di “fatturato”, gli incassi legati ai prestiti (margine d’interesse), si sono attestati a quota 38,7 miliardi (49,5%), meno rispetto agli “altri ricavi”, che hanno raggiunto i 39,4 miliardi (50,5%), dei quali 29,9 (38,4%) miliardi derivanti da commissioni.

Secondo la Fabi la scelta delle banche, tuttavia, non sembra essere particolarmente premiante: il Roe (return on equity, ritorno sul capitale, cioè l’indice che misura la redditività di una banca) dopo aver toccato il picco nel 2018 attorno al 6% si è ulteriormente ridotto nel 2020, calando all’1,9% dal 5% dell’anno precedente.

Secondo la Fabi quella della vendita dei prodotti finanziari agli sportelli è una tendenza in atto da diversi anni. A partire dal 2015, come fotografa il grafico della Banca d’Italia, le banche hanno spostato la loro “attenzione” sulla vendita alla clientela di prodotti finanziari e assicurativi, puntando sempre meno sull’intermediazione creditizia ovvero sui finanziamenti sia alle imprese sia alle famiglie.

Secondo il principale sindacato dei bancari l’argomento è di estrema importanza perché si incrocia con quello delle indebite pressioni commerciali subite dalle lavoratici e dai lavoratori bancari, a tutti i livelli, “spinti” a vendere sempre di più qualsiasi tipo di prodotto allo sportello: dalle carte di credito ai servizi bancari, dai prodotti finanziari a quelli assicurativi. L’attenzione è rivolta anche ai pericoli per la clientela a cui vengono offerti prodotti e servizi nelle filiali sempre più simili a negozi finanziari. Il rischio, in assenza di una inversione di rotta, è di trovarsi a dover gestire nuovi casi di “risparmio tradito”.

Il nodo dei tassi di interesse

Per quanto riguarda i ricavi derivanti dall’erogazione del credito (l’attività tradizionale delle banche) gli istituti di credito sostengono che i tassi di interesse particolarmente contenuti rendano poco redditizia l’attività creditizia. Laddove le banche lamentano scarsi profitti col margine d’interesse, tuttavia, secondo la Fabi occorre notare che i costi della “provvista” di denaro sono assai bassi: la raccolta diretta da clientela di fatto non è remunerata e la liquidità fornita dalla Bce con le operazioni di rifinanziamento a lungo termine viene acquistata addirittura a tassi negativi.

Ne consegue che i finanziamenti a imprese e famiglie, anche se erogati a tassi d’interessi quasi irrilevanti, cioè di pochissimi punti percentuali, assicurerebbero – secondo il sindacato dei bancari – agli istituti di credito un margine di guadagno discreto, ancorché lieve e più contenuto rispetto a quello di qualche anno fa. Senza dimenticare che “impiegare” denaro verso le imprese e le famiglie consentirebbe alle banche di svolgere quel ruolo sociale che non dovrebbe mancare mai.

Soltanto grazie al Fondo centrale di garanzia e alle altre forme di sostegno pubblico a protezione dei prestiti – attivati dal governo per favorire un maggior apporto di liquidità all’economia reale, fiaccata dagli effetti della pandemia – è stata possibile, nell’ultimo anno, una crescita dello stock degli impieghi.

Secondo la Fabi il positivo aumento registrato merita di essere esaminato a fondo, poiché i numeri, da soli, non consentono una analisi trasparente.

Il sindacato evidenzia che dietro le statistiche si nascondono elementi di rilievo: non c’è corrispondenza tra l’ammontare dei prestiti erogati con le garanzie pubbliche e il saldo positivo dello stock. Se i finanziamenti garantiti dallo Stato sono stati pari a oltre 190 miliardi di euro, infatti, l’aumento complessivo dell’ammontare dei finanziamenti bancari a imprese e famiglie si è attestato a 52 miliardi. Se le garanzie statali fossero state sfruttate a pieno per sostenere nuove linee di credito, la variazione positiva avrebbe dovuto essere più vicina a 190 miliardi, invece la distanza risulta ampia: l’anomalo scarto riscontrato è spiegabile dalla Fabi col fatto che la garanzia statale è stata utilizzata, per la fetta maggiore, per sostituire linee di credito “in essere” (cioè vecchi prestiti) e non per erogare liquidità aggiuntiva alle imprese, come auspicava, invece, il governo nel varare quella norma del decreto legge 23 dell’8 aprile 2020.
“Le banche, in sostanza, hanno sfruttato la misura per aumentare il grado di copertura dei loro bilanci, alleggerendo il grado di rischio” concludono dalla Fabi.