Banche a rischio bail in: quali sono

12 Maggio 2016, di Daniele Chicca

MILANO (WSI) – Il salvataggio delle quattro banche regionali e i casi degli istituti popolari hanno posto l’accento sulla fragilità del sistema creditizio italiano. Se sono istituti relativamente grandi come Banco Popolare, Pop Vicenza e Veneto Banca ad aver occupato le prime pagine dei giornali e le preoccupazioni degli investitori negli ultimi giorni, non va dimenticato che in Italia ci sono tutta una lunga serie di banche minori che corrono un rischio altrettanto elevato di fare crac.

Ora che è entrato in vigore il regime dei bail-in, una banca che non avrà più i soldi per sostentare finanziariamente verrà salvata con i soldi dei creditori, degli azionisti e dei correntisti con depositi superiori ai 100mila euro. Spesso ad avere conti così “copiosi” sono le piccole e medie imprese italiane, cuore pulsante dell’industria nostrana.

L’ultimo caso in ordine di tempo che fa temere il peggio non solo per le tasche di obbligazionisti e risparmiatori, ma anche in chiave pericolo di scoppio di una crisi sistemica bancaria in Europa è quello di Credito Valtellinese. Il titolo si è avvicinato a un nuovo minimo storico di 0,5 euro oggi dopo il tonfo di anche il -12% del giorno prima. A pesare sul sentiment sono i conti drammatici della banca: il primo trimestre si è chiuso con utili in calo di oltre il -78% a 5,067 milioni di euro, rispetto ai 23,373 milioni dello stesso periodo del 2015.

Se Banco Popolare da parte sua ha pagato le coperture per arginare il buco eventuale creato dalle perdite derivanti dai crediti inesigibili, condizione posta dalla Bce perché l’istituto possa portare a termine l’operazione di fusione con Pop Milano, Credito Valtellinese ha assistito a un aumento delle sofferenze, salite al 6,5% del totale crediti dal 6,3% di un anno fa.

Il graficista Stefano Ferradini sottolinea su FTA Online News come si tratti di una fase cruciale dal punto di vista tecnico e non solo: “una chiusura di seduta inferiore a 0,50, poi corroborata dalla violazione della base del canale discendente attivo da febbraio e attualmente in transito per 0,4750, aprirebbe le porte ad approfondimenti con obiettivo a 0,38/0,39 almeno”.

Le banche sotto commissariamento

Sono decisamente numerose le banche a rischio in Italia. Pop Vicenza e Veneto Banca sono state bocciate negli stress test del 2015 della Bce. Qui sotto si possono trovare elencate quelle che erano sotto commissariamento da parte di Bankitalia l’anno scorso. Un provvedimento di amministrazione straordinaria del genere non significa default, ma è una misura di sicurezza che viene applicata in casi comunque gravi, con l’obiettivo di scongiurare un peggioramento della situazione come per esempio la chiusura della banca.

  • Banca popolare dell’Etna
  • Banca Popolare dell’Etruria
  • Banca delle Marche
  • CariFerrara
  • CariChieti
  • CariLoreto
  • Banca popolare delle province calabre
  • BCC Banca Romagna Cooperativa
  • BCC Irpina
  • BCC Banca Padovana
  • Cassa rurale di Folgaria
  • Credito Trevigiano
  • Banca di Cascina
  • Banca Brutia
  • BCC di terra d’Otranto
  • Istituto per il credito sportivo

Sono tutti nomi che dovrebbero segnarsi e tenere a mente gli obbligazionisti di bond subordinati e azionisti italiani – che non sono tutelati da alcun decreto legge e rischiano di venire pesantemente danneggiati o di vedere addirittura sparire gli investimenti fatti.

Per scegliere un istituto sicuro il consiglio è quello di studiare il patrimonio di vigilanza, criterio che definisce il rapporto tra gli investimenti fatti e il patrimonio dell’istituto. Secondo le regole stabilite in sede europea, un CET1 Ratio (rapporto Core Equity Tier 1) del 10% è il minimo sufficiente. Come si vede nella tabella sotto, la Banca Popolare di Spoleto, per esempio, non rispetta questo requisito. Il secondo parametro da tenere presente è il rating delle agenzie specializzate.

Rischio di crisi sistemica

L’Italia e le sue banche, piene come sono di crediti inesigibili e situazioni patrimoniali fragili, rappresentano un pericolo reale per l’Europa, in quanto potrebbero scatenare un effetto domino. In Borsa il rimbalzo del comparto, iniziato dopo la creazione il mese scorso del fondo Atlante (un veicolo finanziato dai privati volto a iniettare capitale e aiutare a smaltire le sofferenze in portafoglio degli istituti più travagliati) ha avuto vita breve.

Banco Popolare ha annunciato ieri di aver svalutato crediti inesigibili per 684 milioni di euro nel primo trimestre, un valore quattro volte pari a quello dell’analogo periodo del 2015, e di aver così chiuso i primi tre mesi con una perdita netta di 314 milioni di euro. Insieme a Pop Milano i crediti deteriorati dei due gruppi arrivano a 360 milioni.

Le due società, così come Banca Carige, hanno bisogno di aiuti e liquidità fresca. La Bce ha promesso di dare una mano ma lo farà solo quando vedrà l’approvazione di piani industriali convincenti. Anche rivolgendosi al settore privato come cerca di fare il governo con il fondo Atlante potrebbe non bastare. Trovare 360 milioni di euro non sarà facile.

Insomma, non ci sono abbastanza soldi per salvare tutti e qualche testa salterà. Il rischio è che le banche in bilico facciano la fine del Banco Espirito Santo. L’istituto portoghese è stato diviso in due entità: in una sono stati fatti confluire gli asset peggiori, mentre all’altra sono toccati quelli sani. A pagare il conto in questi casi sono gli azionisti, gli obbligazionisti (nella maggior parte dei casi fondi pensione) e in ultima istanza lo Stato (ossia i contribuenti).

L’AD di Banco Popolare Pierfrancesco Saviotti ha spiegato durante la conferenza con gli analisti successiva alla pubblicazione dei risultati che le coperture sono solo il primo passo intrapreso per smaltire le sofferenze e che altri accantonamenti seguiranno quest’anno. La Bce chiede che gli accantonamenti coprano il 62% dei crediti maggiormente deteriorati, quelli che rischiano di non essere mai ripagati. Nel primo trimestre la banca è riuscita a raggiungere un tasso del 60% di coperture.

Altri gruppi, fanno sapere banchieri e analisti, potrebbero intraprendere lo stesso percorso di Banco Popolare, vedendosi costrette a varare aumenti di capitale per rimediare alle perdite subite dai tanti non-performing loans (npl) iscritti a bilancio. Questo ha innervosito i mercati, che hanno per esempio perso fiducia nella solidità di Credito Valtellinese dopo la comunicazione del rosso trimestrale record e dell’ammontare colossale di sofferenze.

Secondo le ultime stime a disposizione i prestiti concessi a debitori insolventi rappresentano in media circa il 40% del valore nominale dei bilanci delle banche italiane, ma i prezzi di mercato per questi assset raggiungono un livello al massimo del 30-35% quando il prestito è coperto da una proprietà immobiliare ritenuta di buona qualità.

Anche la Germania è in guai seri

Non può finire bene se si pensa che tre banche italiane stanno accusando perdite pesanti per via del nodo sofferenze e la prima banca d’Europa, Deutsche Bank, ha un’esposizione ai derivati – tra i fattori all’origine della crisi finanziaria del 2008 – pari a 10 volte il Pil Ue. Il titolo sta perdendo progressivamente quota alla Borsa di Francoforte (vedi grafico in basso).

Nei soli primi tre mesi dell’anno il settore bancario tedesco ha perso 21 miliardi di euro. I titoli del settore hanno accusato il colpo in Borsa e il rally iniziato a febbraio si è interrotto bruscamente. Il rallentamento delle attività commerciali ha rallentato il ritmo di crescita dei ricavi della Germania, riducendo di riflesso le entrate nelle casse del governo federale.

Finchè l’esposizione ai derivati del gruppo ha consentito di fare soldi, nessuno prestava veramente attenzione al rischio della bomba derivati. Da aprile Deutsche Bank ha iniziato a vendere contratti Cds (credit default swap per assicurarsi contro l’eventualità di un default) per un valore complessivo di 1,1 miliardi di dollari a JP Morgan, Citigroup e Goldman Sachs.

Deutsche Bank lo sta facendo prima dell’eventuale scoppio di un’altra crisi, che renderebbe gli swap troppo cari e difficilmente vendibili. Anche perché le ultime norme di regolamentazione hanno reso meno redditizio fare affari con lo scambio di contratti derivati. Da parte loro le banche americane, consapevoli della possibilità che si aggravino i problemi di liquidità, colgono l’occasione per coprirsi da questo rischio ora, prima che gli swap diventino troppo costosi.

 

Cosa insegna il fallimento di Hypo Alpe Adria

Un altro caso che dovrebbe servire da monito è quello dell’austriaca Hypo Alpe Adria, che ha fatto default con un buco da 7,6 miliardi di euro. Secondo le norme Ue, tutti i bond degli obbligazionisti sono stati cancellari e siccome i soldi non sono stati sufficienti a ricoprire il defict di 7,6 miliardi, altro denaro è stato chiesto ad alcuni clienti istituzionali e altre banche. Gli asset degli azionisti e dei creditori sono stati bloccati. Fortunatamente per i correntisti, le perdite non erano tanto grandi da richiedere il riscorso ai conti deposito.

Ma per i risparmiatori potrebbe mettersi male se altre banche europee faranno la stessa fine dell’istituto austriaco e se il settore in Borsa continua a perdere valore. Il capitale degli investitori potrebbe non essere sufficiente a coprire anche un piccolo buco di bilancio, il che minaccerebbe la stabilità della banca. Il rischio è che tra cinque o dieci anni i soldi che avete depositato in banca potrebbero non essere più accessibili. Sono soldi affidati a una banca che un giorno potrebbe decidere se potete prelevarli o meno, a seconda delle condizioni di mercato esterne e dello stato di salute finanziario dell’istituto.

Ecco perché il caso esemplare di Hypo Alpe Adria è molto importante. Mostra come funziona il sistema e quello che dobbiamo aspettarci. A parte la distruzione del bilancio della banca e la rapidità con cui si è manifestata una escalation della crisi, si può osservare come in questi casi agiscono le autorità politiche.

Lo stato austriaco di Carinzia era garante di 10,2 miliardi di euro, un ammontare impossibile da coprire per le casse del Bundesländer, dotato di un budget pari ad appena il 20% di quella somma. Per fare un altro esempio lampante, la Polonia, che ha una popolazione pari a quattro volte quella dell’Austria, può contare su un fondo di tutela a garanzia delle banche, creato per intervenire in situazioni simili a quella di Hypo Alpe Adria, con risorse pari a solo un terzo dei debiti della banca austriaca fallita.