Altro che Quota 100: il Giappone che invecchia punta sugli immigrati

22 Novembre 2018, di Alberto Battaglia

Il Giappone ha più di un punto di contatto con l’Italia. Nazione sconfitta nell’ultima guerra mondiale, ha conosciuto, in seguito, un fortissimo boom economico, diventando una delle maggiori potenze industriali a livello globale.

In anni più recenti ha sperimentato la crisi, i pericoli della stagnazione e l’esplosione del debito pubblico: quello giapponese è fra i pochi più elevati di quello italiano, con il suo 250% (quasi il doppio rispetto al “nostro”).

Infine, unisce i due Paesi la longevità della popolazione. Il Giappone è primo in assoluto, l’Italia, poco indietro. Non sorprende, dunque, che il tema della sostenibilità pensionistica sia d’attualità tanto in Italia quanto in Giappone, visto che il rapporto fra pensionati e popolazione attiva tende a sbilanciarsi a favore dei primi. Con la possibilità di scompaginare gli equilibri degli enti previdenziali.

Mentre in Italia si discute su come smontare la legge Fornero, introducendo opzioni di ritiro anticipato come Quota 100, il Giappone, per bocca del premier Shinzo Abe, ha parlato dei cambiamenti necessari per una “società da 100 anni di vita”. E’ interessante notare come le proposte di Abe non potrebbero essere più distanti dal programma legastellato, attualmente in corso di attuazione in Italia. Alzare il tetto per l’accoglienza di nuovi lavoratori stranieri, innanzitutto, concedendo l’ingresso di 234mila immigrati nel corso di cinque anni, attirando in particolare colletti blu nell’industria e per i servizi agli anziani. Poi, incoraggiare un numero maggiore di donne a entrare nel mercato del lavoro. Infine, il governo intende incoraggiare il lavoro over 65 garantendo premi a chi si ritira più in là con gli anni. Già ora in Giappone gli over 65 sono oltre il 12% della forza lavoro, in Italia meno del 3%. Ciononostante, in Italia si offre una finestra per il pensionamento anticipato con penalizzazione.

Una differenza, però, è rilevante fra i due Paesi: il tasso di disoccupazione. In Giappone è al 2,3%, contro il 10% circa del nostro Paese: secondo l’esecutivo italiano favorire il pensionamento permetterebbe, dunque di assorbire parte di queste risorse inutilizzate. In Giappone, al contrario, c’è una scarsità di lavoro disponibile; il che esclude qualsiasi possibilità di attuare una scelta analoga a quella italiana.
Secondo la rivista britannica The Economist, il piano del premier nipponico va nella giusta direzione, ma è fin troppo blando. “Se i giapponesi vivranno 100 anni, dovranno andare in pensione molto dopo i 70. Le donne sono troppo spesso bloccate in lavori part-time o mal retribuiti. [Lasciar entrare ] quasi 70.000 immigranti all’anno può sembrare tanto, ma la popolazione del Giappone è in calo di quasi 400.000 unità all’anno e ci sono 1,6 posti vacanti per ogni persona in cerca di lavoro. Abe dovrebbe far entrare più immigrati”.