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Africa, la nuova frontiera del Brasile: “Non siamo la Cina, diamo lavoro”

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San Paolo – C’è una nuova potenza emergente all’orizzonte. Fra Brasile e Africa adesso la competenza e l’esperienza fruttano, per fronteggiare l’avanzata cinese. Nel 2008 Embrapa, un piccolo istituto di ricerca sull’agricoltura brasiliano, ha deciso quale sarebbe stata sua scommessa: aprire un ufficio in Ghana. Oggi quella scommessa è vinta. Attraverso Embrapa il Brasile fornisce, infatti, assistenza tecnica all’industria del cotone sviluppatasi fra Benin, Burkina Faso, Ciad e Mali. Non è cosa da poco coi tempi che corrono.

Le società brasiliane che producono soia, canna da zucchero, mais e cotone hanno fiutato il vento e puntano a realizzare nuovi investimenti investimenti in Tanzania a inizio 2013. In un mondo globalizzato, loro rispondono: c’è un modo più equo per fare business. La corporate Brasile coltiva prima di tutto il fattore reputazione per far sì che nuove opportunità si presentino; soprattutto vuole scavare un solco con la Cina.

“Non vogliamo essere visti come quelli che arrivano ed arraffano tutto il possibile”, dice Rodrigo da Fonseca Costa, presidente della società Andrade Gutierrez in Africa.

“Considerando che le imprese cinesi sono biasimate per i loro metodi di lavoro, a noi brasiliani interessa sottolineare che esistono ancora regole nel gioco, che esistono ancora datori di lavoro buoni e che vogliono costruire rapporti duraturi, offrendo aiuti allo sviluppo e investimenti privati”. Nel Continente Nero i brasiliani arrivano ma assumono africani, mentre le ditte cinesi spediscono i loro manager o operai.

Eppure non è ancora tutto rosa: “Il Brasile si sta ancora godendo la sua luna di miele in Africa, ma deve imparare dagli errori del passato”, dice Oliver Stuenkel del think thank Public Global Policy Institute. Il rischio è che si faccia tentare dal suo retaggio coloniale. “Qui l’errore sarebbe fatale perché la sua presenza in Africa è ancora tutta da costruire, irrisoria rispetto a quella cinese”.