ABI: sofferenze bancarie? Giù solo dal 2017

23 Novembre 2015, di Alessandra Caparello

RAVENNA (WSI) – Il prossimo anno aumenteranno le sofferenze bancarie superando quota 210 miliardi. A rendere nota la previsione il centro studi dell’Abi, l’associazione delle banche italiane che parla di una riduzione nel 2017.

Nel corso di un seminario, il vicedirettore generale dell’Abi, Gianfranco Torriero ha precisato che nel 2016 le sofferenze lorde delle banche arriveranno a 212 miliardi, dopo aver raggiunto i 203,6 miliardi di quest’anno e poi nel 2017 cominceranno a ridursi arrivando a 209,5 miliardi di euro.  Nonostante l’aumento delle sofferenze sono già visibili alcuni segnali positivi.

“Nel 2017 ci sarà una prima inversione di tendenza per la dinamica degli stock delle sofferenze (…) l’incidenza dei nuovi prestiti deteriorati sul totale degli impieghi segna una riduzione rispetto ai valori massimi del 2013″.

In occasione del seminario, anche il presidente dell’Abi Antonio Patuelli è intervenuto mettendo in luce il recente salvataggio da parte del governo con un decreto lampo di Banca Marche, banca dell’Etruria, CariFerrara e CariChieti. E per il numero uno dell’associazione delle banche italiane, il piano di salvataggio deve aprire la strada ad aggregazione e dare così un futuro a questi istituti di credito in default.

“Nel periodo di commissariamento per alcune di queste banche, quelle commissariate da più tempo, sono state commissionate delle due diligence. Il problema è che le aggregazioni non sono avvenute e ora le banche italiane vanno a pagare i salvataggi perchè nessuno dall’Italia o dall’estero le ha comprate (…) Per queste quattro banche spero ci siano uno o più soggetti che le acquisiscano. La più urgente delle politiche di aggregazione è proprio quella per queste quattro banche”.

Per il numero uno di Palazzo Alteri le aggregazioni avvenute in queste settimane sono molto diverse rispetto al passato. Quando oggi si parla di fusioni bancarie, la difficoltà e complessità enorme, perché a svolgere un ruolo cruciale è il patrimonio degli istituti.

“Gli azionisti di una banca che ha buoni indici non sono per forza entusiasti di fare un aumento di capitale a sconto per aggregare un’altra banca. Non è una questione di moda, è chiaro che è più facile fare un matrimonio tra due banche che hanno il medesimo indice patrimoniale. È una cosa che non era solita alcuni anni fa, prima della crisi: ora ci sono dei rischi non solo di diluizione ma anche di prezzo (…) Ci sono poi tanti gruppi, che possono non essere nazionali, che hanno presenze di mercato anche cospicue in molte province: questo crea molta attenzione da parte dell’Antitrust. E a differenza di molti anni fa, oggi gli sportelli non sono contesi e anzi c’è la tendenza a chiudere quelli improduttivi. In Italia c’è un disincentivo fiscale per le aggregazioni”.