Abi e quel tesoretto mai speso per le crisi bancarie

2 Agosto 2018, di Alessandra Caparello

La crisi bancaria che ha messo al tappeto importanti istituti italiani non ha toccato la banca per eccellenza, la Confindustria delle banche, ossia l’ABI. Così scrive Fabio Pavesi per Il Fatto Quotidiano che fa i conti in tasca all’associazione guidata da Antonio Patuelli che a dispetto dei buchi di bilancio delle banche che rappresenta vanta conti solidissimi.

“L’Abi siede da anni su un piccolo tesoretto di liquidità per quasi 78 milioni. (77,9 milioni per l’esattezza). Su un attivo di bilancio complessivo di 123 milioni, la cassa così ingente la fa da padrona. Cash is King potrebbe essere il motto della lobby bancaria. Il dato assai sorprendente emerge dal bilancio del 2017 (…) Tra l’altro quel tesoretto è in crescita nel tempo. L’anno prima le disponibilità liquide si fermavano a 70 milioni, contro i 78 milioni del 2017. Un cuscinetto di quattrini di tutto riposo fin eccessivo per un’associazione di settore. (….) In quella disponibilità liquida di fine 2017 per quasi 78 milioni, 41,7 milioni sono conti correnti, mentre 36 milioni sono investiti in titoli questa volta a breve. L’associazione capitanata da Patuelli e diretta da Giovanni Sabatini con quel tesoretto investito porta a casa proventi finanziari per 4 milioni”.

Da dove proviene questo bel gruzzoletto per l’Abi? “È figlia di anni lontani” dice Pavesi che parla della cessione avvenuta poco più di 10 anni fa delle quote che Abi deteneva in Sia, società specializzata in infrastrutture tecnologiche di automazione e di quote detenute ai tempi in E-Mid, nonché il possesso di Palazzo Altieri in Piazza del Gesù a Roma dove ha la sua storica sede.

Ma non è tanto il gruzzolo non da poco che l’associazione bancaria italiana è riuscita a racimolare nel tempo che sorprende quanto piuttosto il fatto che l’Abi non ha mai speso per necessità neanche nella tempesta della crisi bancaria.

“C’è da chiedersi piuttosto cosa se ne faccia di quel forziere cospicuo un’associazione imprenditoriale non tenuta al profitto. Forse una riserva per i tempi bui. Quelli però li hanno già passati (e pagati sonoramente) i soci della Confindustria bancaria. Chiedere a loro”.