Mercati

BCE e Fed alla prova dei tassi, cosa aspettarsi dalle riunioni di luglio

Per i mercati entra nel vivo una delle settimane più attese dell’estate. Nel giro di pochi giorni si riuniranno infatti la Banca centrale europea (giovedì 24 luglio) e, a seguire, a Washington la Federal Reserve (29 luglio). La convinzione prevalente è che sia Francoforte sia Washington lasceranno i tassi invariati, scegliendo di guadagnare tempo in attesa di nuovi dati su inflazione e crescita.
Ma la vera partita non riguarda tanto le decisioni di luglio quanto le indicazioni sul percorso dei prossimi mesi. Dopo settimane dominate dalle tensioni geopolitiche e dal rimbalzo dei prezzi dell’energia, gli investitori hanno progressivamente accantonato lo scenario di un allentamento della politica monetaria: torna invece a prendere quota il rischio che le banche centrali possano essere costrette a mantenere una linea restrittiva più a lungo del previsto.

BCE, pausa quasi scontata ma il mercato guarda già a settembre

Il mercato si attende che la BCE confermi il tasso sui depositi al 2,25%, senza fornire indicazioni vincolanti sulle prossime mosse. Eppure gli operatori continuano a rafforzare le aspettative di ulteriori strette: secondo i prezzi di mercato riportati da Reuters, è ormai pienamente incorporata l’ipotesi di due rialzi entro l’inizio del 2027, con una prima mossa già a settembre.

Le pressioni arrivano soprattutto dal fronte energetico.

“Nonostante il riemergere delle tensioni in Medio Oriente e il rialzo del petrolio, i prezzi restano ancora inferiori alle ipotesi formulate dalla BCE a giugno e gli effetti di secondo livello rimangono limitati”, osserva Giada Giani, economista di Citi, sottolineando come, almeno per il momento, non si intraveda una spirale inflazionistica alimentata da salari e consumi.

Più prudente Nicolas Jullien, Global Head of Fixed Income di Candriam, secondo cui “il petrolio resta il principale driver dei tassi in Europa”. Il gestore ritiene possibile “un secondo aumento dei tassi a settembre”, ma precisa che “la necessità di ulteriori rialzi resterebbe limitata, a meno che lo shock energetico non si intensifichi”. Allo stesso tempo, Candriam richiama l’attenzione sul progressivo deterioramento del quadro congiunturale dell’Eurozona: gli indicatori anticipatori segnalano una crescita in rallentamento e un rischio di recessione in aumento, elementi che potrebbero indurre la BCE a mantenere un approccio rigorosamente dipendente dai dati.

Fed, attesi tassi invariati a luglio

Anche oltre Atlantico il consenso propende per una riunione interlocutoria. La Fed dovrebbe lasciare invariato il costo del denaro, sostenuta da un’economia che continua a mostrare segnali di resilienza e da un mercato del lavoro che, pur rallentando, non evidenzia ancora un deterioramento tale da giustificare un cambio di rotta.

Per Jullien (Candriam), “i mercati stanno prezzando un rialzo della Fed entro la fine dell’anno, un’ipotesi che riteniamo esagerata”. Secondo il gestore, la banca centrale americana «può permettersi di aspettare», anche perché “la crescita salariale resta inferiore all’inflazione complessiva e questo rassicura la Fed sull’assenza del rischio di una spirale salari-prezzi”. Rimangono tuttavia alcuni elementi di attenzione, a partire dalle pressioni sui prezzi legate all’energia e agli investimenti nell’intelligenza artificiale, che stanno contribuendo a mantenere elevata l’inflazione.

Sulla stessa linea anche Stefan Riße, Capital Market Strategist di ACATIS Investment, che prevede tassi invariati sia negli Stati Uniti sia nell’Eurozona. “Il contesto di mercato è cambiato notevolmente”, osserva l’esperto. “Il dibattito si è spostato dalla questione di quando le banche centrali avrebbero iniziato a tagliare i tassi a quella sulla necessità o meno di ulteriori misure di inasprimento”. Per ACATIS, dunque, anche dopo le riunioni di luglio saranno soprattutto i dati sull’inflazione a orientare le prossime decisioni di politica monetaria.