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Dopo il rialzo deciso a giugno, la Bce dovrebbe prendersi una pausa a luglio, per poi tornare ad alzare i tassi a settembre. È questa la fotografia che emerge dal nuovo sondaggio Reuters condotto tra il 13 e il 16 luglio su 74 economisti, secondo il quale tutti gli intervistati prevedono una conferma del tasso sui depositi al 2,25% nella riunione del 23 luglio.
Alla base della scelta di restare alla finestra c’è il rallentamento dell’inflazione, una frenata che potrebbe però rivelarsi soltanto temporanea alla luce del nuovo rialzo delle quotazioni di petrolio e gas provocato dal riacutizzarsi delle tensioni in Medio Oriente. Uno scenario che rischia di riportare sotto pressione i prezzi al consumo proprio mentre l’inflazione sembrava avviarsi verso una graduale normalizzazione.
Il consenso: nessuna fretta a luglio
Entrando nel dettaglio del sondaggio Reuters, il 70% degli economisti (52 su 74) prevede ancora un solo aumento dei tassi entro fine anno, con settembre indicato come la finestra più probabile. Solo tre analisti ipotizzano due ulteriori rialzi, mentre circa il 30% ritiene concluso il ciclo restrittivo.
Per Chris Scicluna, responsabile della ricerca economica di Daiwa Capital Markets, la BCE “avrebbe probabilmente dovuto alzare i tassi comunque”, ma il recente rialzo dei prezzi dell’energia rende ancora più rilevanti le nuove previsioni macroeconomiche che saranno presentate a settembre.
A modificare il quadro sono soprattutto le materie prime energetiche. Le quotazioni del petrolio hanno registrato un forte balzo dopo l’inasprimento delle tensioni nello Stretto di Hormuz e, sebbene abbiano successivamente corretto, gas ed elettricità rimangono su livelli significativamente superiori rispetto a quelli precedenti all’escalation geopolitica.
La BCE continua a considerare il rischio di effetti indiretti sull’inflazione come uno degli elementi di maggiore attenzione. Il timore è che un nuovo aumento dei costi energetici possa trasmettersi ai salari e successivamente ai prezzi finali, alimentando i cosiddetti effetti di secondo livello che renderebbero l’inflazione più persistente.
Simon Wells, capo economista europeo di HSBC, osserva che, se a settembre il petrolio dovesse stabilizzarsi intorno ai 90 dollari al barile in un contesto ancora incerto, “potrebbe essere prudente per la BCE procedere con un nuovo rialzo”.
DWS: settembre resta lo scenario più probabile
Una valutazione analoga arriva anche da Ulrike Kastens, Senior Economist di DWS, secondo cui la riunione di luglio rappresenterà una pausa tecnica più che un cambio di strategia.
“Dopo il rialzo dei tassi di giugno è probabile che la BCE si fermi a luglio. Non c’è alcuna urgenza di intervenire”, osserva Kastens. L’inflazione è infatti scesa sotto il 3% a giugno e le aspettative di inflazione restano ben ancorate, mentre gli indicatori di fiducia non segnalano ulteriori accelerazioni dei prezzi.
La cautela, tuttavia, resta obbligata. “L’attuale volatilità dei prezzi energetici sottolinea la necessità di mantenere alta l’attenzione sui rischi inflazionistici”, spiega l’economista, che continua ad attendersi un nuovo rialzo a settembre, con il tasso sui depositi al 2,50%.
Per DWS, tuttavia, non si profila una fase di politica monetaria particolarmente restrittiva. L’economia europea continua infatti a mostrare una domanda debole, mentre né il mercato del lavoro né il potere di determinazione dei prezzi delle imprese indicano la presenza di forti pressioni inflazionistiche di origine domestica.
UBS: un altro rialzo sì, ma niente nuovo ciclo
Anche Mark Haefele, Chief Investment Officer di UBS Global Wealth Management, ritiene che la BCE manterrà un approccio prudente. Secondo UBS, i verbali della riunione di giugno mostrano come i governatori continuino a considerare presenti pressioni inflazionistiche diffuse nell’economia e il rischio che famiglie e imprese, memori dell’impennata dei prezzi del 2022, possano reagire più rapidamente agli shock energetici adeguando salari e listini.
Tuttavia, i dati più recenti raccontano una dinamica dei prezzi in progressivo miglioramento. L’inflazione dell’Eurozona è scesa al 2,8% a giugno, quella core al 2,4%, mentre Francia e Germania hanno confermato dati coerenti con una graduale normalizzazione.
Per questo UBS continua ad attendersi un solo ulteriore rialzo dei tassi, fino al 2,50%, escludendo l’avvio di un ciclo di irrigidimento prolungato. Secondo la banca svizzera, anche il rallentamento della crescita europea, attesa allo 0,8% nel 2026, dovrebbe limitare lo spazio per ulteriori strette monetarie.