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Tre milioni di lavoratori in uscita nell’arco di cinque anni e una platea di giovani sempre più ridotta. È questo il quadro delineato per l’Italia dall’ultima analisi dell’ufficio studi della CGIA, che individua nella transizione demografica uno dei principali fattori destinati a incidere sul mercato del lavoro nel prossimo decennio.
Il fenomeno nasce dall‘incrocio di due tendenze ormai consolidate: l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nuove generazioni. Negli ultimi dieci anni la fascia compresa tra i 15 e i 34 anni si è ridotta di quasi 550mila persone, una contrazione che rischia di rendere sempre più difficile il ricambio della forza lavoro.
Quasi tre milioni di pensionamenti entro il 2029
Numeri alla mano, la CGIA mette in luce che, secondo le stime elaborate dal Sistema informativo Excelsior di Unioncamere-Anpal, tra il 2025 e il 2029 lasceranno il lavoro quasi tre milioni di persone, prevalentemente appartenenti alla generazione dei baby boomer. Il dato comprende oltre 1,6 milioni di dipendenti del settore privato, circa 768mila dipendenti pubblici e oltre 665mila lavoratori autonomi.
Per il sistema produttivo si tratta di una sfida già in corso. La difficoltà nel reperire personale qualificato interessa numerosi comparti e coinvolge soprattutto le piccole imprese, che dispongono di una capacità attrattiva inferiore rispetto alle aziende di maggiori dimensioni. Secondo la CGIA, le regioni dove il ricambio rischia di essere più complesso sono Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che concentrano la quota più elevata delle future uscite nel settore privato.
Immigrazione: leva utile, ma non risolutiva
Per la CGIA attribuire ai flussi migratori il compito di compensare integralmente il deficit demografico sarebbe un errore di valutazione. Nel breve periodo, tuttavia, l’immigrazione può rappresentare uno strumento importante per attenuare la carenza di manodopera.
L’associazione propone di rafforzare i percorsi di selezione e formazione già nei Paesi di origine, prevedendo corsi di lingua italiana e qualificazioni professionali coerenti con le esigenze delle imprese italiane, in linea con quanto previsto dal Piano Mattei. Accanto alle politiche di ingresso, viene richiamata anche la responsabilità delle imprese, chiamate a garantire rapporti di lavoro stabili e condizioni di accoglienza adeguate, a partire dalla disponibilità di alloggi accessibili.
Previdenza: sostenibilità e adeguatezza
Allo stesso tempo, il progressivo invecchiamento della popolazione riporta al centro anche il dibattito sul sistema pensionistico.
Le proiezioni elaborate da Istat e ministero dell’Economia indicano che l’incidenza della spesa previdenziale sul Pil dovrebbe crescere dall’attuale 15,4% fino a sfiorare il 17% intorno al 2040, per poi diminuire gradualmente nei decenni successivi.
Per la CGIA il problema principale non riguarda tanto la sostenibilità complessiva del sistema, quanto il livello delle future prestazioni. Le carriere discontinue e le retribuzioni contenute delle nuove generazioni rischiano infatti di tradursi in assegni pensionistici più bassi. Da qui l’invito a rafforzare gli strumenti di previdenza complementare e a valutare forme di risparmio previdenziale individuale gestite dall’Inps.
Sanità, la pressione è destinata ad aumentare
Accanto alla previdenza, c’è poi il nodo de la spesa sanitaria, destinata a confrontarsi con gli effetti dell’invecchiamento demografico.
Attualmente gli over 65 rappresentano circa il 25% della popolazione italiana ma assorbono circa il 60% della spesa sanitaria nazionale. Secondo le stime richiamate dalla CGIA, entro il 2050 questa fascia potrebbe raggiungere il 35% della popolazione complessiva, con un conseguente incremento della domanda di assistenza sanitaria, servizi sociali e prestazioni legate alla non autosufficienza. Uno scenario che, osserva l’associazione, potrebbe essere parzialmente mitigato solo attraverso un significativo aumento dell’aspettativa di vita in buona salute, oggi pari in media a 58,1 anni.
Italia più fragile della media europea
L’inverno demografico non è solo un problema italiano. Tale dinamica demografica interessa gran parte dell’Europa, ma con intensità differenti. Tra il 2015 e il 2025 la popolazione italiana tra i 15 e i 34 anni si è ridotta del 4,3%, a fronte di una flessione media dello 0,4% nell’Eurozona. Mentre anche la Germania registra un saldo negativo, Francia, Spagna e Paesi Bassi evidenziano una crescita della popolazione giovanile, sostenuta in particolare dai flussi migratori. Le prospettive restano improntate alla diminuzione: la fascia dei 15-34 anni, oggi attestata intorno ai 12,1 milioni di persone, secondo le proiezioni dovrebbe scendere a 11,8 milioni nel 2035 e a 10,1 milioni nel 2045.
Restando in Italia, l’impatto della crisi demografica continua a presentare forti differenze territoriali. Negli ultimi dieci anni la Calabria ha registrato la riduzione più consistente della popolazione giovanile (-18%), seguita da Sardegna e Basilicata.
In controtendenza si collocano invece Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna, dove il saldo positivo è stato favorito dall’apporto della popolazione straniera e dai movimenti migratori interni. A livello provinciale, le maggiori contrazioni si registrano nel Sud Sardegna, a Oristano, Isernia e Reggio Calabria. Tra le province che hanno invece incrementato la popolazione under 35 figurano Bologna, Gorizia e Trieste.