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Milano si conferma il principale polo italiano dell’attrazione fiscale. Circa il 50% dei neo-residenti che scelgono il regime per gli High Net Worth Individuals e il 40% dei lavoratori impatriati stabiliscono infatti la propria residenza nel capoluogo lombardo, consolidandone il ruolo di porta d’ingresso dei capitali e dei talenti internazionali.
È uno dei risultati che emergono da Towards Italy, lo studio pubblicato da Assonime che ricostruisce per la prima volta in modo organico i quattro principali regimi fiscali di attrazione previsti dall’ordinamento italiano: neo-residenti, lavoratori impatriati, pensionati esteri e docenti e ricercatori.
Neo-residenti, quanto sono
Tra i regimi analizzati, quello dei neo-residenti è quello che ha registrato la crescita più evidente. Introdotto dall’articolo 24-bis del Tuir e rivolto agli individui ad alto patrimonio che trasferiscono la residenza in Italia dopo almeno nove anni trascorsi all’estero, è passato da 94 beneficiari nel 2017 ai 2.468 soggetti del 2025.
L’impatto sul gettito è tutt’altro che marginale. Tra il 2017 e il 2025 l’imposta sostitutiva ha generato complessivamente 771 milioni di euro, di cui 238 milioni nel solo 2025, un importo superiore di oltre il doppio rispetto ai 547 milioni incassati dalla Tobin tax, l’imposta sulle transazioni finanziarie, nel 2024. A questo si aggiungono altri 225 milioni di Irpef, prodotti dal 33,8% dei neo-residenti che dichiara redditi imponibili in Italia.
Da tenere presente che, nel frattempo, il regime è stato progressivamente irrigidito. L’imposta forfettaria è salita da 100mila a 200mila euro annui per i trasferimenti effettuati dopo il 10 agosto 2024, fino a raggiungere il tetto di 300mila euro dal 1° gennaio 2026. Parallelamente, l’imposta dovuta per ciascun familiare è passata da 25mila a 50mila euro.
Nonostante questo, le proiezioni elaborate da Assonime indicano che entro il 2040 i beneficiari potrebbero raggiungere quota 7mila, con un gettito annuo da imposta sostitutiva pari a 1,6 miliardi e un totale cumulato dal 2017 di circa 16,5 miliardi di euro.
Brexit e riforma dei non-dom spingono i trasferimenti
La geografia dei nuovi arrivi racconta una storia precisa. Quasi il 40% dei neo-residenti proveniva fiscalmente dal Regno Unito prima del trasferimento in Italia. Secondo Assonime il fenomeno riflette dapprima gli effetti della Brexit e, più recentemente, la revisione del regime britannico dei non-dom entrata in vigore nell’aprile 2025, insieme all’inasprimento della tassazione successoria sui residenti di lungo periodo e sui trust offshore.
Il dato, tuttavia, va oltre la semplice provenienza geografica. La quota di cittadini britannici è infatti sensibilmente inferiore rispetto a quella di chi aveva Londra come ultima residenza fiscale. Un elemento che suggerisce come l’Italia stia intercettando contribuenti di molte nazionalità che avevano scelto la City quale base internazionale. Tra questi spiccano francesi e italiani di ritorno, che rappresentano rispettivamente il 15% e il 14% dei beneficiari.
L’effetto sull’economia reale
Lo studio evidenzia come l’impatto del regime non si esaurisca nel gettito fiscale. L’indagine svolta da Assonime presso dodici studi professionali, su un campione di circa 1.300 contribuenti che rappresenta oltre metà della platea stimata, mostra che il 55,4% dei neo-residenti impiega almeno un lavoratore dipendente e circa un quinto ha costituito una società o una branch in Italia.
Anche il mercato immobiliare beneficia dell’arrivo dei nuovi residenti. Il 44,7% ha acquistato almeno un immobile nel Paese, per un valore complessivo stimato in 4,1 miliardi di euro dall’introduzione del regime, con un gettito indiretto di circa 90 milioni. Inoltre il 47% ha sostenuto lavori di ristrutturazione superiori a 100mila euro, generando ulteriori 100 milioni di gettito Iva.
Impatriati, cresce il capitale umano
Se il regime dei neo-residenti punta ad attrarre capitali, quello dei lavoratori impatriati si concentra sul capitale umano. I beneficiari sono passati da 1.712 nel 2016 a 40.467 nel 2023 secondo i dati Inps, mentre il Mef stima circa 44mila soggetti nel 2024.
La crescita si riflette anche sul piano contributivo. I versamenti previdenziali sono aumentati da 33 milioni nel 2016 a 920 milioni nel 2023, mentre il gettito Irpef riconducibile al regime è stimato in 1,5 miliardi di euro nel periodo 2017-2024. La retribuzione mediana dei beneficiari, pari a 57.142 euro nel 2023, resta quasi doppia rispetto ai 30.880 euro della mediana nazionale.
Pensionati e ricercatori restano regimi di nicchia
Più contenute le dimensioni degli altri due strumenti. Il regime destinato ai pensionati esteri, riservato ai piccoli comuni del Mezzogiorno e alle aree colpite da eventi sismici, conta 933 beneficiari nel 2024 e ha generato 10,5 milioni di euro di gettito cumulato dalla sua introduzione nel 2019.
Quello dedicato a docenti e ricercatori, che prevede la tassazione del 10% della base imponibile, è salito a 4.774 beneficiari nel 2024. Assonime sottolinea tuttavia che i dati disponibili non consentono ancora di misurarne con precisione gli effetti sul sistema universitario e della ricerca.
Il mercato immobiliare di Milano
Uno dei capitoli più rilevanti del rapporto riguarda il dibattito sull’impatto dei regimi fiscali sui prezzi delle abitazioni a Milano. Le analisi preliminari elaborate con Assoimmobiliare e Centro Einaudi indicano che neo-residenti e impatriati rappresentano soltanto il 13,4% dei flussi migratori complessivi verso la città. Il problema, secondo lo studio, è invece di natura strutturale: a fronte di un fabbisogno abitativo netto stimato in 10-12mila unità all’anno, l’offerta si ferma a circa 5-6mila nuove abitazioni.
La pressione sui prezzi immobiliari sarebbe quindi riconducibile soprattutto allo squilibrio tra domanda e offerta, più che all’effetto dei regimi fiscali agevolati.