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Debito Usa, corsa senza freni verso quota 40mila miliardi: i numeri che preoccupano Washington

Il debito pubblico degli Stati Uniti continua a crescere con la regolarità di un orologio svizzero. Nessuno scossone improvviso, nessuna accelerazione inattesa: solo una progressione costante che mese dopo mese spinge il passivo federale verso nuovi record. A inizio luglio ha raggiunto i 39.400 miliardi di dollari, circa 2.000 miliardi in più rispetto a un anno fa. Se il ritmo resterà invariato, alla vigilia delle elezioni di midterm di novembre il debito americano supererà per la prima volta la soglia simbolica dei 40mila miliardi di dollari.

Il confronto internazionale

In valore assoluto nessun altro Paese si avvicina agli Stati Uniti: se il debito americano supera i 39 trilioni di dollari, quello della Cina è stimato intorno ai 19 trilioni. Il confronto cambia però se il parametro diventa il rapporto tra debito e Pil. Secondo il Fondo monetario internazionale, il debito federale statunitense si colloca intorno al 126% del prodotto interno lordo, una soglia inferiore a quella del Giappone (oltre il 200%) e dell’Italia (circa il 138%), mentre risulta paragonabile a quella di altre economie avanzate come Regno Unito e Canada.

È proprio questa combinazione tra dimensione dell’economia, profondità del mercato obbligazionario e centralità del dollaro a distinguere gli Stati Uniti dagli altri grandi debitori sovrani. Washington può permettersi livelli di indebitamento che sarebbero difficilmente sostenibili per molte altre economie senza subire, almeno nell’immediato, tensioni sui mercati.

Il problema è il costo degli interessi

Come ricostruisce Newsweek, ripercorrendo le principali tappe che hanno portato il debito federale statunitense agli attuali livelli record, il dibattito tra gli economisti resta aperto sulla sostenibilità dell’ammontare complessivo del passivo. Tuttavia, si consolida un consenso crescente su un punto: il nodo più delicato non è tanto la dimensione del debito in sé, quanto il rapido aumento della spesa per interessi. Il rialzo dei tassi deciso dalla Federal Reserve negli ultimi anni ha infatti reso il servizio del debito una delle principali voci del bilancio federale, assorbendo una quota sempre più rilevante delle entrate fiscali.

Secondo Steve Hanke, economista della Johns Hopkins University, circa un quinto delle imposte federali viene ormai destinato al pagamento degli interessi, riducendo gli spazi per altre politiche pubbliche e trasferendo sui contribuenti di oggi il costo delle decisioni fiscali del passato. Anche Doug Elmendorf, ex direttore del Congressional Budget Office e oggi docente ad Harvard, sottolinea come un elevato fabbisogno di finanziamento pubblico contribuisca a mantenere elevati i tassi di interesse sull’intera economia, incidendo sul costo dei mutui immobiliari, dei prestiti alle imprese e del credito al consumo.

Sul rischio di una crisi fiscale non esiste una posizione univoca. Jonathan Portes, professore di economia al King’s College di Londra, osserva che non esiste un livello preciso di debito oltre il quale scatta automaticamente una crisi. Il caso del Giappone dimostra come un rapporto debito/Pil superiore al 200% possa protrarsi per molti anni senza provocare il collasso dei conti pubblici. Ciò non significa, tuttavia, che il problema possa essere ignorato. Se il debito dovesse continuare a crescere più rapidamente dell’economia, il rischio sarebbe quello di una crisi di fiducia da parte degli investitori. Il punto di rottura, avvertono gli economisti, è però per sua natura imprevedibile. La domanda che domina il dibattito non è quindi se una correzione sarà necessaria, ma quando diventerà inevitabile.

La vera sfida è politica

Su questo fronte si inserisce l’analisi di Michael Strain, editorialista del Financial Times e direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute. Secondo Strain, gli Stati Uniti stanno entrando in una fase nuova. Per la prima volta dal secondo dopoguerra il rapporto debito/Pil ha superato stabilmente il 100%, mentre il pagamento degli interessi rappresenta ormai la terza voce del bilancio federale, dopo Social Security e Medicare, superando perfino la spesa per la difesa.

L’opinione prevalente a Washington è che un vero consolidamento fiscale arriverà soltanto dopo una crisi del mercato obbligazionario. Strain, invece, ritiene possibile uno scenario diverso: la pressione degli elettori potrebbe indurre il sistema politico ad affrontare il problema prima di uno shock finanziario. L’economista ricorda che la grande stagione di riduzione del deficit negli anni Novanta fu favorita non solo da un diverso clima politico, ma soprattutto dall’impatto concreto degli elevati tassi di interesse sulla vita delle famiglie americane. Mutui costosi, credito più caro e minori investimenti crearono allora una forte domanda politica di disciplina fiscale.

Uno scenario che, secondo Strain, potrebbe ripresentarsi. I mutui trentennali viaggiano oggi intorno al 6,5%, oltre il doppio rispetto ai livelli del 2021, mentre l’accessibilità delle abitazioni è diventata uno dei principali temi del dibattito pubblico. Se gli elettori continueranno ad associare deficit elevati, inflazione persistente e costo della vita, il consolidamento fiscale potrebbe trasformarsi da tema tecnico a priorità politica.

Il problema, conclude Strain, non è tanto individuare le misure necessarie quanto trovare il consenso per attuarle. Ridurre il deficit significa inevitabilmente intervenire sulle principali voci di spesa – previdenza e sanità – oppure aumentare la pressione fiscale. Entrambe le opzioni risultano politicamente difficili in un Paese profondamente polarizzato.

Per questo motivo il dibattito sul debito americano si è spostato dalla sostenibilità finanziaria alla sostenibilità politica. Finché i mercati continueranno a finanziare Washington a condizioni favorevoli, il sistema potrà rinviare le scelte più difficili. Ma con interessi sempre più elevati e un costo della vita percepito come il principale problema dagli elettori, la pressione per una correzione dei conti pubblici potrebbe arrivare non dai mercati, bensì dalle urne.