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Nel primo trimestre dell’anno le banche centrali sono tornate protagoniste sul mercato dell’oro, accelerando gli acquisti a un ritmo che non si vedeva da oltre dodici mesi. A fare da catalizzatore è stata soprattutto la correzione dei prezzi: il ribasso ha offerto un punto d’ingresso favorevole, innescando una domanda capace di assorbire – e superare – le vendite di alcune istituzioni.
Secondo le stime del World Gold Council, gli acquisti netti del settore pubblico hanno raggiunto le 244 tonnellate nel trimestre, in crescita rispetto alle 208 tonnellate dei tre mesi precedenti. Tra i compratori più attivi figurano Polonia, Uzbekistan e Cina, anche se una parte delle operazioni resta non dichiarata, come spesso accade in questo segmento di mercato.
Prezzi in forte oscillazione, ma la domanda regge
L’andamento delle quotazioni ha avuto un ruolo decisivo. Dopo aver toccato un massimo storico a fine gennaio, vicino ai 5.600 dollari l’oncia, il prezzo dell’oro ha subito una brusca correzione: a marzo ha perso circa il 12%, registrando il calo mensile più marcato dal 2008. Anche aprile si è mosso in territorio negativo, seppur con un ribasso più contenuto. Proprio questa volatilità ha riattivato gli acquisti istituzionali. Come osserva John Reade del World Gold Council, una fase di correzione significativa era attesa da tempo e ha offerto alle banche centrali – rimaste alla finestra nei mesi precedenti – l’occasione per aumentare le riserve a condizioni più convenienti.
Vendite mirate, ma il saldo resta positivo
Qualcuno vende, altri comprano. L’intensità degli acquisti appare ancora più significativa se si considera difatti che diverse banche centrali hanno ridotto le proprie riserve. Nel periodo analizzato, circa 115 tonnellate sono state immesse sul mercato da Paesi come Turchia, Russia e Azerbaigian, oltre ad altri operatori minori e fondi sovrani. Le motivazioni, tuttavia, sono state prevalentemente tattiche: Ankara ha venduto per sostenere la valuta e l’economia in un contesto geopolitico complesso; Mosca per esigenze di bilancio; Baku per riallineare le riserve ai limiti stabiliti. Operazioni diverse tra loro, che non sembrano indicare un cambio strutturale nella percezione dell’oro.
Il dato più rilevante è proprio questo: il ruolo delle banche centrali nel mercato aurifero è cambiato profondamente. Per decenni il metallo giallo era stato ridotto nei portafogli ufficiali, considerato poco efficiente perché privo di rendimento e costoso da detenere. Oggi, invece, rappresenta un elemento chiave nelle strategie di asset allocation. I gestori di Capital Group sottolineano come le banche centrali non operino con logiche di performance, ma con obiettivi di stabilità, liquidità e gestione del rischio. In questo contesto, l’oro torna ad avere una funzione centrale.
Il fattore geopolitico e il “debasement trade”
A spingere la domanda contribuiscono anche fattori di natura geopolitica e monetaria. Il congelamento delle riserve russe investite in titoli del Tesoro statunitense nel 2022 ha rappresentato un punto di svolta, alimentando la ricerca di asset meno esposti a decisioni politiche. Parallelamente, si è rafforzato il cosiddetto “debasement trade”: il timore che l’elevato debito pubblico in molte economie avanzate possa tradursi in politiche monetarie più accomodanti e, quindi, in una perdita di valore delle valute. In questo scenario, l’oro viene percepito come una copertura contro inflazione e svalutazione.
Un altro trend evidente è la progressiva diversificazione rispetto al dollaro. Diversi Paesi emergenti, ma non solo, stanno aumentando la quota di oro nelle riserve ufficiali per ridurre la dipendenza dalla valuta statunitense. La Cina resta il caso più emblematico, ma movimenti analoghi si osservano anche in Europa orientale, con la Polonia in prima linea. L’obiettivo è costruire portafogli più resilienti, meno vulnerabili a shock geopolitici o finanziari.
Dopo le turbolenze dei primi mesi dell’anno – tra tensioni geopolitiche e aspettative sui tassi – il prezzo dell’oro si è stabilizzato intorno ai 4.600 dollari l’oncia, pur mantenendo una certa volatilità. Le prospettive restano incerte nel breve periodo, ma la domanda strutturale delle banche centrali appare solida. Più che una scommessa tattica, l’accumulo di oro sembra ormai parte integrante di una strategia di lungo termine, destinata a influenzare gli equilibri del mercato anche nei prossimi anni.