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Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Documento di finanza pubblica (Dfp) 2026, delineando un quadro aggiornato dei conti pubblici e delle prospettive economiche italiane. Il provvedimento è stato illustrato nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in una giornata segnata anche dalla pubblicazione dei nuovi dati Eurostat sul deficit.
Proprio da Bruxelles arriva infatti un segnale poco incoraggiante: nel 2025 il rapporto deficit/Pil dell’Italia si attesta al 3,1%. Un livello che mantiene il Paese all’interno della procedura per disavanzo eccessivo, senza quindi consentire un’uscita immediata dal percorso di rientro imposto dalle regole europee. Andiamo per ordine.
Cos’è il Documento di economia e finanza
Il Documento di economia e finanza (Def) rappresenta il principale strumento di programmazione della politica economica nazionale. Al suo interno vengono tracciati, in una prospettiva di medio-lungo periodo, sia gli impegni per il consolidamento delle finanze pubbliche sia gli indirizzi delle diverse politiche economiche adottate dal Paese. L’obiettivo è garantire il rispetto delle regole europee, in particolare del Patto di Stabilità e Crescita, e contribuire al raggiungimento dei target di sviluppo definiti a livello comunitario, come quelli legati a una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva.
Crescita tagliata allo 0,6%
Nel Dfp relativo al 2026 il governo ha rivisto al ribasso le stime di crescita economica. Il Pil per il 2026 e per il 2027 è stato corretto dallo 0,7% allo 0,6%, mentre per il 2028 è prevista una crescita dello 0,8%. Si tratta di una revisione prudenziale che tiene conto del contesto internazionale, considerato meno favorevole rispetto alle previsioni precedenti.
Nel corso della conferenza stampa, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha sottolineato come il quadro economico globale stia incidendo negativamente sulle prospettive. In particolare, ha messo in guardia dagli effetti di una possibile stretta monetaria, che rischierebbe di innescare un circolo vizioso penalizzante per imprese, famiglie e finanze pubbliche. Il ministro ha anche fatto riferimento al dialogo con le agenzie di rating, incontrate recentemente a Washington, definendolo “tranquillo e sereno”. Secondo Giorgetti, gli operatori internazionali sono consapevoli delle difficoltà legate alla crescita e del contesto macroeconomico attuale.
Deficit in calo graduale e nodo regole europee
Sempre nel DEF, sul fronte dei conti pubblici, il percorso di riduzione del deficit prosegue in modo graduale: il rapporto deficit/Pil è previsto al 2,9% nel 2026, al 2,8% nel 2027 e al 2,5% nel 2028. Un andamento che punta a riportare stabilmente il disavanzo sotto la soglia del 3%, ma senza interventi bruschi che possano frenare ulteriormente la crescita.
Non manca poi un passaggio sulle possibili scelte di politica economica. Alla domanda su un eventuale intervento autonomo dell’Italia in assenza di iniziative europee, il ministro non ha escluso questa opzione, lasciando aperta la porta a uno scostamento deciso a livello nazionale. Infine, un elemento centrale del nuovo quadro riguarda la dinamica della spesa netta, indicatore chiave nella nuova governance europea. Il tasso di crescita peggiora nel 2025, passando dall’1,3% all’1,9%, mentre per il 2026 viene confermato all’1,6%.
Nel complesso, il Documento di finanza pubblica 2026 restituisce un’immagine di cautela: crescita moderata, conti sotto controllo ma ancora sotto osservazione europea, e un contesto internazionale che continua a rappresentare la principale incognita per le prospettive economiche del Paese.
Eurostat: ipotesi uscita da procedura di disavanzo si allontana
L’ok al DEF arriva proprio mentre l’Eurostat stima il rapporto deficit/Pil dell’Italia al 3,1% per il 2025. Un valore superiore alla soglia del 3% che, di fatto, allontana l’ipotesi di un’uscita anticipata del Paese dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La questione sarà esaminata dalla Commissione europea a inizio giugno, nell’ambito del Semestre europeo. Oltre al deficit, pesa anche l’andamento del debito pubblico. Secondo le stime, il debito italiano salirà al 137,1% del Pil nel 2025, rispetto al 134,7% del 2024. Si tratta del secondo livello più elevato nell’Unione europea, alle spalle della Grecia, che registra però un calo al 146,1% (dal 154,2%). Inferiore invece il debito della Francia, in aumento al 115,6% del Pil (dal 112,6%).
La procedura, che attualmente coinvolge altri nove Paesi oltre all’Italia, comporta raccomandazioni stringenti per il rientro del deficit, il contenimento della spesa pubblica e può limitare l’accesso ad alcuni fondi comunitari. L’eventuale uscita dall’iter avrebbe effetti rilevanti: consentirebbe, tra l’altro, di attivare la clausola di salvaguardia che permette di escludere gli investimenti nella Difesa dal calcolo della spesa pubblica netta. Per l’Italia si parla di circa 12 miliardi di euro nei prossimi tre anni. In assenza di questa flessibilità, rispettare gli impegni assunti in ambito Nato risulterebbe più complesso.
Eurostat ha inoltre precisato che, per scendere sotto la soglia del 3% del Pil secondo le regole di arrotondamento, il deficit dovrebbe attestarsi al di sotto del 2,95%. Tuttavia, dalla Commissione europea era trapelato che una valutazione complessiva potrebbe considerare sufficiente anche un livello del 2,99%, tenendo conto non solo del dato numerico ma anche di altri fattori, come le prospettive future dei conti pubblici. La decisione finale è attesa con il Pacchetto di primavera previsto per il 3 giugno. Proprio da Bruxelles, dunque, arriva un segnale poco incoraggiante che si intreccia con le scelte di finanza pubblica contenute nel nuovo Documento.