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La stagione delle trimestrali europee si apre in un clima carico di incertezze, dove le tensioni geopolitiche rischiano di mettere rapidamente in discussione le aspettative del mercato. Le previsioni attuali indicano una crescita dell’utile per azione del 10,4% nel 2026 per lo Stoxx 600 Europe, ma sempre più analisti ritengono che questo scenario sia difficilmente sostenibile.
Secondo Bloomberg Intelligence, una combinazione di fattori negativi, dalle pressioni tariffarie all’aumento della disoccupazione, passando per il calo della fiducia dei consumatori e l’accelerazione dell’inflazione, potrebbe ridimensionare significativamente la dinamica degli utili. In questo contesto, una crescita compresa tra il 4% e il 5% appare oggi più realistica.
Stime per il primo trimestre
Focalizzando l’attenzione su periodo gennaio-marzo, le società dello Stoxx 600 sono attese riportare una crescita media degli utili del 4% nel primo trimestre, secondo i dati LSEG rispetto al calo del 2% registrato nel trimestre precedente. Anche i ricavi sono visti in lieve aumento, con una crescita dell’1,7% su base annua.
Ma il dato aggregato nasconde una realtà molto meno solida. Gran parte del miglioramento degli utili è infatti concentrata in un solo comparto: l’energia. Le società del settore sono attese registrare un balzo degli utili di quasi il 25%, sostenute dall’impennata dei prezzi del petrolio, cresciuti tra il 50% e il 70% in seguito alle tensioni nello Stretto di Hormuz.
Al netto di questo contributo, la crescita degli utili per il resto dello Stoxx 600 si riduce a circa l’1,5%, un livello che sfiora la stagnazione. Più che rilanciare la redditività complessiva, il conflitto ha dunque redistribuito i profitti all’interno del sistema produttivo europeo.
Energia e Hormuz: il fattore che cambia lo scenario
Sul banco degli imputati, il conflitto in Medio Oriente continua a esercitare un impatto diretto sui mercati energetici, contribuendo a ridefinire le prospettive economiche del continente. La situazione nello Stretto di Hormuz, ancora in larga parte bloccato nonostante una tregua fragile, mantiene elevata la pressione sui prezzi del petrolio e sui costi di produzione.
Le implicazioni per le imprese europee sono immediate. Barclays ha già iniziato a rivedere le proprie stime, ipotizzando una crescita degli utili più contenuta nel caso in cui il petrolio si stabilizzi tra gli 85 e i 90 dollari al barile. Qualora invece si verificasse un ulteriore shock energetico, con quotazioni superiori ai 100 dollari, la crescita potrebbe ridursi a livelli marginali.
Il contesto macro
Il deterioramento delle prospettive sugli utili si inserisce in un quadro macroeconomico già indebolito. Il conflitto arriva infatti in una fase delicata per l’economia europea. La Banca centrale europea ha stimato che la guerra potrebbe sottrarre circa 0,3 punti percentuali al Pil dell’area euro entro il 2026, portando la crescita reale attorno allo 0,9%, in calo rispetto alle precedenti attese.
Alcune stime sono ancora più pessimistiche. Goldman Sachs ha rivisto al ribasso la crescita del Pil dell’area euro di circa 0,7 punti percentuali dall’inizio delle ostilità, aumentando al contempo le previsioni di inflazione per fine 2026.
I prezzi, infatti, stanno già accelerando. L’inflazione annuale nell’area euro è salita al 2,5% a marzo dall’1,9% di febbraio, trainata in larga parte dal rincaro dell’energia, passata da un contributo negativo a una crescita significativa. Le pressioni potrebbero intensificarsi ulteriormente nei mesi successivi, con effetti a catena anche sui prezzi alimentari.
In questo contesto, aumenta la probabilità di un intervento preventivo della BCE, che potrebbe alzare i tassi per evitare una nuova spirale salari-prezzi simile a quella osservata dopo la crisi energetica del 2022.
Settori sotto pressione: lusso, auto e industria
Le difficoltà emergono in modo trasversale nei diversi comparti. Ma a soffrire di più spicca il settore del lusso, che mostra segnali di rallentamento della domanda, mentre l’industria automobilistica deve fare i conti con una concorrenza sempre più aggressiva da parte dei produttori cinesi.
I primi effetti sono già visibili nei conti aziendali. Qualche esempio. VAT Group, fornitore dell’industria dei semiconduttori e principale cliente di ASML, ha tagliato le previsioni di fatturato ai minimi degli ultimi due anni per le disruption alle forniture causate dal conflitto mediorientale. Nel retail, Next ha avvertito di costi più elevati per frete ed energia.
Per i giganti dei beni di consumo come Nestlé e Danone, l’inflazione crescente erode le prospettive; per le compagnie aeree — tra cui Lufthansa e IAG — i prezzi del carburante alle stelle potrebbero tradursi in tagli alle stime.
La chimica europea, con BASF e Lanxess che hanno già alzato i prezzi, subisce il contraccolpo dell’aumento dei costi delle materie prime, con effetti a cascata su beni di largo consumo, automotive e farmaceutica.
Banche ancora favorite, ma con cautela
In un contesto macro che appare tutt’altro che favorevole, le banche rimangono il settore più attraente in Europa, secondo la strategist di Citigroup Beata Manthey: valutazioni relativamente contenute, buona tenuta degli utili, benefici dall’intelligenza artificiale sul piano della produttività e capitale in eccesso da destinare a operazioni e ritorni agli azionisti.
A livello geografico emergono divergenze rilevanti. Il listino britannico, ricco di titoli finanziari ed energetici, potrebbe beneficiare del contesto attuale. Al contrario, economie più esposte agli shock energetici e commerciali, come la Svizzera, rischiano un doppio impatto negativo.