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Se il prezzo del petrolio dovesse toccare quota 150 dollari al barile, l’economia mondiale andrebbe incontro a una recessione marcata. È l’avvertimento lanciato da Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, in un’intervista alla BBC.
Secondo il numero uno del più grande asset manager globale, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente rappresenta la variabile decisiva. Fink ha spiegato che esistono due scenari estremi: una normalizzazione dei rapporti con l’Iran, che riporterebbe i prezzi sotto i livelli pre-crisi, oppure una fase prolungata di tensione con petrolio stabilmente sopra i 100 dollari, “più vicino ai 150”, con conseguenze profonde sull’economia mondiale. In quest’ultimo caso, ha aggiunto, l’esito sarebbe “probabilmente una recessione severa e brusca”.
Energia cara “tassa regressiva” sull’economia
Il capo di BlackRock ha sottolineato che l’aumento dei costi energetici agisce come una tassa implicita sull’economia globale.
“I prezzi dell’energia in salita sono una tassa molto regressiva. Colpiscono i più poveri più dei ricchi”, ha dichiarato.
Fink ha quindi invitato i governi a un approccio pragmatico sul mix energetico: utilizzare tutte le fonti disponibili ma accelerare al contempo lo sviluppo delle rinnovabili. Se il petrolio restasse per anni intorno ai 150 dollari, ha osservato, molti Paesi si muoverebbero rapidamente verso solare ed eolico.
La priorità resta comunque una: energia a basso costo per sostenere crescita economica e livelli di benessere.
Nonostante le tensioni sui mercati e i segnali di fragilità in alcuni segmenti del credito privato, Fink ha escluso analogie con la crisi finanziaria globale.
“Non vedo alcuna somiglianza. Zero”, ha affermato in modo netto durante l’intervista. Le eventuali difficoltà di alcuni fondi rappresentano, a suo giudizio, solo una piccola parte del sistema, mentre l’investimento istituzionale resta robusto e le istituzioni finanziarie sono oggi più solide rispetto al periodo pre-2008.
Come si è mosso il petrolio nelle ultime settimane
Dallo scoppio della crisi in Medio Oriente il petrolio ha registrato un forte rally, seguito da una fase di elevata volatilità con ampie oscillazioni giornaliere. Prima delle tensioni il Brent viaggiava intorno ai 65 dollari al barile; con l’escalation il prezzo è rapidamente salito sopra quota 100, segnando un aumento di circa il 40% in poche settimane.
Il movimento rialzista ha portato il benchmark internazionale a massimi tra 119 e 120 dollari durante gli attacchi alle infrastrutture energetiche e i timori di interruzioni nello Stretto di Hormuz.
Nelle ultime ore, invece, il mercato ha ritracciato dopo indiscrezioni su possibili negoziati: il Brent è sceso intorno ai 100 dollari, con flessioni anche sotto questa soglia. Le quotazioni più recenti indicano un prezzo circa 95-100 dollari al barile, in calo dai massimi ma ancora ben sopra i livelli pre-crisi.
Intelligenza artificiale, nessuna bolla ma serve energia a basso costo
Tornando all’intervista di Fink, largo spazio è stato riservato all’intelligenza artificiale. Fink ha anche respinto l’idea di una bolla legata agli investimenti in intelligenza artificiale.
“Non credo ci sia alcuna bolla. Potrebbero esserci uno o due fallimenti, e va bene così”, ha detto.
L’anno scorso, BlackRock ha preso parte a un consorzio che ha acquisito uno dei più grandi fornitori mondiali di data center, Aligned Data Centres, con un’operazione del valore di 40 miliardi di dollari.
Il manager ha quindi collegato direttamente lo sviluppo dell’AI ai costi energetici. Secondo Fink, la corsa globale alla leadership tecnologica richiede enormi capacità di calcolo e quindi grandi quantità di elettricità.
Da qui, l’invito ad osservare quello che fa la Cina, in prima fila negli investimenti in energia solare e nucleare, mentre in Europa “si vede molto parlare e poca azione”. Diverso è il caso degli Stati Uniti che, pur in presenza di indipendenza energetica, devono accelerare sugli impianti solari per garantire elettricità a basso costo.
“Credo che sia in atto una corsa al predominio tecnologico. Se non investiamo di più, vincerà la Cina” ha messo in chiaro Fink.
Allargando lo sguardo al mercato del lavoro, Fink ha sostenuto che l’intelligenza artificiale genererà nuova occupazione, soprattutto in ambito tecnico e manifatturiero.
Al contrario, la diffusione dell’AI potrebbe ridurre la domanda per alcune posizioni d’ufficio, spingendo a una revisione delle scelte educative. Fink ha osservato che negli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, si è incoraggiato eccessivamente l’accesso generalizzato all’università. Ora, secondo il manager, è necessario riequilibrare il sistema e valorizzare maggiormente le carriere tecniche, che potrebbero offrire prospettive solide quanto quelle tradizionalmente legate a finanza, media o professioni legali.