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Private credit sotto stress: il segnale di allarme da BlackRock

Nuove tensioni nel mondo del private credit statunitense. L’ultimo segnale è arrivato da BlackRock che, lo scorso venerdì, ha annunciato la decisione di limitare le richieste di rimborso su uno dei suoi principali fondi di prestiti corporate dopo un improvviso aumento delle domande di uscita da parte degli investitori.
Il veicolo coinvolto è l’HPS Corporate Lending Fund, un fondo che gestisce circa 26 miliardi di dollari e che concede finanziamenti direttamente alle imprese, aggirando il circuito bancario tradizionale. Nel primo trimestre gli investitori hanno chiesto di ritirare circa 1,2 miliardi di dollari, una cifra superiore alla soglia che consente ai gestori di contenere i riscatti.
La società ha quindi autorizzato pagamenti per 620 milioni di dollari, raggiungendo il limite standard del 5% del patrimonio oltre il quale i regolamenti permettono di rinviare le ulteriori richieste.

La pressione degli investitori colpisce tutto il comparto

Quello di BlackRock non è un caso isolato, bensì riflette un cambiamento di umore nel mercato. Nelle ultime settimane diversi gestori di asset alternativi hanno dovuto affrontare richieste di uscita crescenti.
Tra questi anche Blackstone, che su un fondo da 82 miliardi ha dovuto ampliare temporaneamente il tetto ai riscatti dal 5% al 7% per gestire le domande degli investitori. Per evitare blocchi, la società e i propri dipendenti hanno inoltre immesso circa 400 milioni di dollari.
Movimenti simili hanno interessato anche altri protagonisti dell’industria come Apollo Global Management, Ares Management e Blue Owl Capital, quest’ultima intervenuta direttamente riacquistando una quota significativa di un proprio fondo.

Un modello con un problema di liquidità

La difficoltà nasce anche dalla struttura stessa di questi strumenti. I fondi di private credit raccolgono capitali da investitori e li utilizzano per concedere prestiti a imprese che spesso non possono accedere facilmente al credito bancario.
Si tratta però di finanziamenti che non possono essere venduti rapidamente sul mercato. Se molti sottoscrittori chiedono di uscire contemporaneamente, il gestore non può liquidare gli asset con la stessa velocità.
Per evitare di dover vendere prestiti a prezzi penalizzanti, i regolamenti prevedono limiti alle uscite. Il meccanismo serve a proteggere il valore del fondo, ma quando viene attivato può aumentare l’inquietudine degli investitori.

C’è da dire che il private credit negli Stati Uniti ha conosciuto una crescita straordinaria negli ultimi quindici anni e oggi muove circa 1.800 miliardi di dollari. Gran parte di questa liquidità è stata destinata ad aziende acquisite da fondi di private equity. Durante gli anni di tassi bassissimi, la disponibilità di capitali era così abbondante che i gestori hanno spesso accettato condizioni di prestito sempre più favorevoli per i debitori.

La competizione tra fondi ha spinto molti operatori a ridurre le garanzie richieste pur di partecipare alle operazioni. Finché la crescita economica era robusta e il costo del denaro contenuto, queste scelte non sembravano problematiche. Con il rialzo dei tassi e il rallentamento dell’economia, però, le fragilità stanno emergendo.

Il fattore software e la rivoluzione dell’AI

Una delle principali fonti di preoccupazione riguarda la concentrazione dei prestiti nel settore tecnologico, in particolare nelle società di software. Una quota significativa dei finanziamenti concessi dai fondi di private credit a imprese controllate dal private equity riguarda proprio questo comparto. In alcuni portafogli l’esposizione è particolarmente elevata.
L’avanzata dell’intelligenza artificiale sta però cambiando rapidamente il panorama competitivo del software. Molti investitori temono che nuove aziende costruite intorno all’AI possano mettere in difficoltà operatori più tradizionali. La conseguenza è che se queste società dovessero subire un rallentamento o perdere quote di mercato, le conseguenze potrebbero riflettersi sulla loro capacità di rimborsare i prestiti ricevuti.

Analisti divisi sul rischio default

Cosa aspettarsi dal settore? Le opinioni degli analisti restano divise. Se alcuni analisti di UBS hanno ipotizzato che, in uno scenario molto negativo, i tassi di insolvenza nei portafogli di private credit potrebbero arrivare fino al 15%, altri istituti offrono valutazioni più prudenti. Secondo S&P Global Ratings, molte aziende del software dispongono ancora di riserve finanziarie rilevanti e continuano a registrare tassi di crescita sostenuti, fattori che riducono il rischio di una serie di default nel breve periodo. Una lettura simile arriva anche da DBRS Morningstar, che giudica nel complesso robusta la qualità del credito detenuto da questi fondi.

Quello che è evidente è che il clima di mercato oggi tende a penalizzare l’intero settore senza distinguere tra fondi più solidi e portafogli più rischiosi. L’esposizione al software e i prestiti concessi negli anni di euforia rappresentano certamente una fonte di incertezza. Allo stesso tempo, non è detto che il temuto effetto domino sui default si materializzi. Per i grandi gestori, la vera sfida sarà dimostrare che il modello regge anche in una fase di maggiore volatilità.