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Jamie Dimon non lascia spazio a interpretazioni. Il ceo di JPMorgan Chase ha escluso in modo netto qualsiasi possibilità di assumere la presidenza della Federal Reserve.
“Assolutamente no: nessuna chance, in nessun caso”, ha dichiarato intervenendo a un evento della Camera di Commercio degli Stati Uniti, rispondendo a una domanda su una sua eventuale disponibilità qualora il presidente glielo chiedesse.
Una presa di posizione che chiude una speculazione ricorrente a Wall Street, alimentata dal peso istituzionale di Dimon e dalla sua lunga esperienza nel sistema finanziario. Il banchiere, che questo mese festeggia quasi vent’anni alla guida di JPMorgan, ha ribadito di non avere intenzione di lasciare il suo ruolo attuale, che definisce ancora centrale nel proprio percorso professionale.
Diverso, seppur prudente, il tono sulle ipotesi di un incarico al Dipartimento del Tesoro. In quel caso Dimon ha ammesso che una chiamata della Casa Bianca meriterebbe almeno ascolto.
“Se il presidente chiede di fare qualcosa, è giusto considerarlo”, ha spiegato, precisando però di non avere piani concreti di uscita dalla banca e ricordando di essere “il proprio capo” da oltre 25 anni.
FED al centro delle tensioni politiche
Le dichiarazioni arrivano in un momento delicato per la Federal Reserve, al centro di forti tensioni politiche. Dimon ha colto l’occasione per difendere con decisione l’indipendenza della banca centrale, sottolineando che qualsiasi tentativo di metterla in discussione rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato.
“Indebolire l’autonomia della Fed porterebbe a tassi e inflazione più alti, non più bassi”, ha avvertito.
Secondo Dimon, la necessità di una Fed indipendente è un principio condiviso trasversalmente negli Stati Uniti, anche ai massimi livelli istituzionali. Un messaggio che si inserisce nel contesto delle frizioni tra la Casa Bianca e il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, legate alle scelte di politica monetaria e, più di recente, alle polemiche sulla costosa ristrutturazione della sede storica dell’istituto a Washington.
La banca centrale Usa, dopo una lunga fase restrittiva, ha adottato un approccio più prudente sui tassi, mantenendo a lungo il riferimento nell’intervallo 4,25%-4,5% per valutare l’impatto delle politiche commerciali e dei dazi sull’economia americana, prima di avviare i primi tagli. Una strategia che ha alimentato critiche sempre più personali nei confronti di Powell, definito dal presidente Usa, Donald Trump, “un perdente”.
I candidati in corsa per la poltrona di Powell
Con Jamie Dimon definitivamente fuori dai giochi, la partita per la successione di Jerome Powell si concentra su un ristretto numero di nomi. In pole position resta Kevin Hassett, economista conservatore e fedelissimo di Donald Trump, considerato il favorito nonostante i dubbi sull’effettiva indipendenza che potrebbe esercitare alla guida della banca centrale.
Alle sue spalle c’è Kevin Warsh, ex governatore Fed e critico esplicito dell’attuale assetto di politica monetaria, che invoca un vero e proprio “cambio di regime” e gode di solidi legami con l’entourage presidenziale.
Più defilato ma in crescita è Christopher Waller, insider della Fed e nominato da Trump nel 2020, apprezzato dai mercati per il profilo più istituzionale e meno politicizzato. Sullo sfondo restano infine altri nomi, dal manager di BlackRock Rick Rieder al segretario al Tesoro Scott Bessent, mentre la decisione finale resta nelle mani del presidente, chiamato a bilanciare fedeltà politica, credibilità tecnica e reazioni di Wall Street.