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Il presidente Usa Donald Trump alza i toni contro il governatore della FED Jerome Powell. Secondo quanto riportato da Bloomberg, l’inquilino della Casa Bianca starebbe seriamente valutando il licenziamento del governatore della Federal Reserve, anche se una decisione definitiva non sarebbe ancora stata presa. Un funzionario di Washington avrebbe confermato le riflessioni in corso, mentre Trump ha precisato:
“Le voci su un licenziamento di Powell sono false”, ha spiegato. “Non ho intenzione di fare nulla” per rimuovere Powell. Il presidente ha poi aggiunto, quando gli è stato chiesto se escludesse completamente l’idea di licenziare Powell, che “è altamente improbabile”.
Il motivo delle scontro
Il motivo dello scontro è ormai noto: Powell è da tempo nel mirino dell’amministrazione Usa per la sua politica monetaria ritenuta troppo restrittiva. Trump non ha usato mezzi termini, definendolo “sempre in ritardo” e un “terribile presidente della Fed”.
Sul fronte dei tassi di interesse, le recenti dichiarazioni di Trump, che accusa Powell di frenare la crescita economica mantenendo i tassi tra il 4,25% e il 4,5% mentre l’inflazione Usa è al 2,7%, rientrano in una strategia che mira a spingere la banca centrale verso un forte taglio – fino all’1% – ben al di fuori delle attuali dinamiche macroeconomiche.
Nonostante le smentire, l’ipotesi di un licenziamento, ventilata anche da membri del Congresso come la deputata repubblicana Anna Paulina Luna, sembra farsi più concreta, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che ha ammesso: “Il processo formale per la scelta del prossimo governatore è iniziato”. Lo stesso Trump, parlando di Bessent, ha affermato: “Mi piace il lavoro che sta facendo”, lasciando intendere che potrebbe essere tra i candidati alla successione.
Powell nel mirino, a rischio indipendenza FED
Trump aveva nominato Powell durante il suo primo mandato, e Joe Biden lo ha riconfermato nel 2022. Il mandato da presidente della Fed scadrà nel 2026, ma Powell resterebbe nel board come governatore fino al 2028. Questo vincolo rende complessa una sostituzione anticipata, a meno di dimissioni volontarie o di una procedura per “giusta causa” – possibilità molto rare e istituzionalmente delicate.
Secondo indiscrezioni, Trump avrebbe anche lasciato intendere che Powell “potrebbe essere già sotto indagine” per presunte irregolarità legate alla ristrutturazione della sede della Fed. Nessuna conferma ufficiale, ma le voci contribuiscono ad accrescere l’incertezza attorno all’istituzione.
Secondo Valentin Bissat, Chief Economist & Senior Strategist, Mirabaud Asset Management Bissat (Mirabaud AM), le pressioni politiche sulla Federal Reserve stanno raggiungendo livelli preoccupanti:
“Una rimozione anticipata del presidente Powell – ha spiegato in una nota – avrebbe conseguenze profonde sulla percezione dell’indipendenza della Fed. Verrebbe minata la sua credibilità nel prendere decisioni basate sui dati economici e si aprirebbe la porta a una gestione più politicizzata della politica monetaria. I mercati, che già scontano una probabilità del 35% di tre tagli dei tassi entro la fine dell’anno, potrebbero reagire con volatilità a un simile scossone istituzionale”.
Le conseguenze sul fronte politico ed economico
Le tensioni tra Powell e la Casa Bianca non sono nuove. Già durante il primo mandato, Trump lo aveva etichettato come “stupido” e aveva chiesto le sue dimissioni. Oggi, in pieno secondo mandato, il presidente sembra intenzionato a chiudere il capitolo, anche a costo di scontrarsi con l’establishment finanziario e politico.
Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, ha lanciato un avvertimento: “Giocare con la Fed può avere conseguenze negative. L’esatto opposto di ciò che si potrebbe sperare”.
Nel frattempo, i dati sull’inflazione pubblicati martedì mostrano un’accelerazione del carovita: +2,7% a giugno contro il 2,4% di maggio. Il basso tasso di disoccupazione e l’incertezza sulle conseguenze dei nuovi dazi – dal primo agosto entreranno in vigore quelli del 30% su Ue e Messico – rafforzano la posizione prudente della Fed.