2030 anno zero per le pensioni: a rischio i conti dell’Inps

18 Aprile 2016, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – L’anno zero delle pensioni è il 2030 quando è molto alto il rischio implosioni. A rivelarlo uno studio che il quotidiano La Stampa ha effettuato insieme a diversi esperti.Secondo lo studio, il 2030 è l’anno zero perché andranno in pensione i nati nel biennio 1964-65, quando in Italia nel pieno miracolo economico vennero messi alla luce oltre un milione di bambini che al compimento dei 66-67 anni, dovranno andare in pensione.

“Un picco di richieste che si tradurrà in uno choc, soprattutto se la crescita economica rimarrà modesta. Il periodo più critico arriva fino al 2035. Poi, se le casse dell’Inps reggeranno, anno dopo anno la situazione dovrebbe migliorare per stabilizzarsi tra il 2048 e il 2060”.

All’Inps, ammettono che “qualche problema potrebbe esserci fino al 2032, quando il sistema sarà tutto contributivo”. Ma si rivela ancora una volta ottimista il presidente dell’Inps, Tito Boeri che prevede una risalita, dopo anni di curva verso il basso, esattamente attorno al 2030. Poco convinto delle previsioni di Boeri è Raffaele Marmo, collaboratore di Maurizio Sacconi e della stessa Fornero al ministero del Welfare, poi inventore della start up Miowelfare.it.

“Con la disoccupazione che abbiamo e la mancata crescita economica, in un’Italia sempre più anziana, l’Inps rischia di saltare entro 15 anni (…) L’Inps presuppone il canonico 1,5% di crescita del Pil, ma chi l’ha detto che sarà così?. Nel 2015 l’Italia è rimasta inchiodata allo 0,8%, le recenti stime sul 2016 sono all’1,2% e il 2030, in un certo senso, è dopodomani. Servirebbe un nuovo miracolo”.

A destare preoccupazione è l’inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione che produce inevitabili conseguenze sulla spesa previdenziale e sulle nuove generazioni. A dare i numeri è Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università Bicocca di Milano.

“Il rapporto tra la popolazione attiva (20-65 anni) e i pensionati si raddoppierà nel giro di una generazione. La percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori passerà dal 37% di oggi al 65% nel 2040 (da 1 su 3 a 2 su 3). Questo significa: il doppio del carico previdenziale. A parità di condizioni, in pratica, servirebbe raddoppiare la produttività. (…) Tra i nuovi pensionati e chi muore, cioè tra chi entra e chi esce dal sistema previdenziale, c’è uno sbilancio che oggi è nell’ordine delle 150 mila unità. Nel 2030 salirà a 300 mila e resterà tale fino a circa il 2038. Poi comincerà a scendere il numero dei nuovi pensionati e ad aumentare quello dei morti. Magicamente, attorno al 2048, i due gruppi si equivarranno, finché, da lì a poco, non avverrà il sorpasso. La spiegazione è semplice. Dopo gli anni del boom demografico del 1964-65, l’Italia ha fatto sempre meno figli e nel 2015 ha toccato il nuovo minimo storico dall’Unità: 488 mila nati. Sono i pensionati del futuro, la metà di quelli che ci andranno tra 14 anni”.

Quali sono le soluzioni? “Il problema della sostenibilità delle pensioni si potrebbe risolvere demograficamente” – si legge sul quotidiano.

“Sì – spiega Blangiardo – sempre che prima del 2050 l’Inps non scoppi”. Una catastrofe nella quale l’Italia sarebbe già sprofondata se, come dice la Corte dei Conti, non ci fossero state le riforme dal 2007 al 2011: la spesa per le pensioni sarebbe stata superiore di ben 2 punti di Pil, cioè 30 miliardi di euro l’anno per altri 15 anni”.

C’è poi chi propone invece di allentare le rigidità della legge Fornero con la flessibilità in uscita.

“Flessibilità in uscita è il cuore di due proposte, una di Boeri, l’altra del presidente della commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano, Pd, ex ministro autore della riforma del 2007. La prima prevede fino al 9% di decurtazione e un’uscita dal lavoro dai 63 anni e 7 mesi in poi con disincentivi. pplicandosi solo alla quota retributiva, se quest’ultima scende la penalizzazione è minore (4,5%). Per le coperture, Boeri ha pensato a un contributo di solidarietà sulle pensioni più alte. Damiano, invece, propone di uscire anche un anno prima (62 anni e 7 mesi) con un taglio del 2% l’anno fino a un massimo dell’8%”.

Ma vi è un’altra proposta che però giace in Commissione lavoro. E’ la proposta di legge a firma Marialuisa Gnecchi (Pd) che prevede una pensione di base di 442 euro, a cui si aggiunge quella maturata dal lavoratore con il contributivo.

“Sarebbe un salto culturale verso un sistema che tiene conto del mercato del lavoro di oggi e di domani. (…) Gli over 95 passeranno dai 150 mila di oggi a quasi 1,3 milioni del 2063. Alla flessibilità in uscita vanno affiancate formule di pensionamento attivo”.

Ma per risolvere il problema pensioni c’è chi guarda con speranza anche a chi arriva da fuori, gli immigrati. Per alcuni portano una ventata di aria nuova ai conti dell’Inps con i loro contributi, ma non possono rappresentare una soluzione definitiva al calo della popolazione attiva, “perché anche loro invecchieranno e riceveranno in cambio la pensione”.

“Boeri invece sostiene che il loro aiuto sia determinante. In futuro, quando varrà solo il sistema contributivo, il riequilibrio coinvolgerà anche gli stranieri che prenderanno quanto versato. Intanto, l’Inps calcola che il 21% degli immigrati già in pensione secondo le regole italiane, e che in gran parte tornato nei Paesi d’origine, non ha ricevuto gli assegni previdenziali. Un tesoretto di contributi lasciati all’Italia di 16 miliardi di euro. In vista del 2030, non si butta via nulla”.