Referendum indipendenza curdi in Iraq: l’impatto su petrolio e Medioriente

28 settembre 2017, di Daniele Chicca

Dopo una vita passata senza una patria e una nazione che riconoscesse la loro lingua e cultura, i curdi iracheni si sono presi i loro diritti con la forza del voto popolare. Il leader dei curdi in Iraq ha annunciato ieri che il popolo della parte settentrionale del paese ha votato a maggioranza a favore dell’indipendenza, in un referendum che si è svolto contro la volontà del governo di Bagdad e che ha mandato su tutte le furie diverse grandi potenze mondiali, come Usa, Iran e Turchia.

Turchia e Iraq sono i più attivi: i primi hanno minacciato di strozzare i rifornimenti energetici alla regione autonoma mentre i secondi hanno lanciato un appello per boicottare i prodotti petroliferi dell’area. Bagdad ritiene che il referendum sia incostituzionale, perché si è svolto non solo nella regione governata dai curdi ma anche in territori contesi in altre parti settentrionali del paese. Oltre all’Iran i curdi occupano territori nell’Est della Turchia, nell’Ovest dell’Iran e nel Nord della Siria.

I curdi, che controllano una regione autonoma dell’Iraq da quando nel 2003 l’invasione degli Stati Uniti nel paese ha portato alla caduta del dittatore Saddam Hussein, ritengono che il voto di lunedì sia un passo storico verso il riconoscimento di un loro proprio Stato dopo anni di battaglie e rivolte, spesso violente.

Gli Stati Uniti e i loro alleati come i grandi paesi europei si sono opposti con forza alla decisione di tenere il referendum, giudicata potenzialmente destabilizzante in un momento delicato per la regione mediorientale. In Turchia i curdi che vogliono l’indipendenza sono considerati al pari dei terroristi, ma in Iraq e in Siria, per esempio, i curdi si stanno battendo insieme contro il nemico comune di Occidente, Iran e Turchia (per lo meno sulla carta) dell’ISIS.

In un intervento televisivo, nel dichiarare la vittoria dei Si, Barzani ha chiesto al governo iracheno di avviare un “dialogo serio” invece di minacciare il governo regionale dei curdi con delle sanzioni.  Il governo regionale curdo ha fatto sapere che sebbene l’esito del voto non sarà riconosciuto a livello internazionale, è importante perché sarà usato come base dei negoziati con Bagdad e non come culmine dell’indipendenza.

La Turchia da parte sua ha già minacciato di interrompere le attività in un oleodotto che passa attraverso il nord dell’Iraq. Barzani ha anche lanciato un appello alle potenze del mondo perché “rispettino il volere di milioni di cittadini” curdi che hanno preso parte al voto.

Prezzi petrolio balzerebbero in caso di conflitto militare

Intanto nella regione autonoma le prime misure punitive del governo di Bagdad contro la decisione dei curdi di tenere un referendum sull’indipendenza iniziano a farsi sentire: i voli dalla capitale della regione autonoma curda dell’Iraq, Arbil, e verso di essa saranno sospesi da domani 29 settembre. Domenica scorsa, in vista del voto di lunedì 25 settembre, il governo dell’Iraq aveva anche esortato tutti i paesi stranieri che fanno affari commerciali con il Kurdistan di interrompere immediatamente gli scambi di petrolio con la regione e le autorità che hanno mire secessioniste.

A meno che le tensioni non sfocino in un conflitto, le iniziative e misure coercitive contro i curdi non dovrebbero provocare grandi turbolenze a lungo termine sui mercati finanziari: i prezzi del petrolio sono saliti negli ultimi giorni toccando i massimi di due anni lunedì, il giorno del referendum e il giorno successivo alle prime minacce dei paesi contrari al voto. Il future sul Brent ha oltrepassato i 58 dollari al barile, il livello più alto dal 2015, ma nelle ultime due sedute i contratti si sono attestati su livelli più bassi.

Il Kurdistan è alla mercé dei suoi più potenti paesi vicini. Gran parte delle risorse finanziarie della regione viene dalle esportazioni di petrolio, buona parte delle quali passa dall’oleodotto che attraversa la Turchia e che finisce nel Mediterraneo. Strozzando l’export di oro nero, i turchi metterebbero facilmente in ginocchio l’economia dell’area curda.

“Se l’appello al boicottaggio ha successo, il mercato sarebbe privato di circa 500 mila barili  di greggio al giorno”: sono le stime di Commerzbank.  Uno scenario più grave si aprirebbe se dovessimo assistere a uno scontro militare tra i cittadini del Kurdistan e i paesi vicini. La Turchia ha già condotto esercitazioni militari a Est, lungo il confine con il Kurdistan e il presidente Erdogan ha avvertito chiaramente “che una notte potremmo arrivare all’improvviso“.

L’Iraq sostiene che le attività commerciali sono da ritenere illegali se non vengono condotte sotto la vigilanza del governo centrale di Bagdad. Per questo l’Iraq ha lanciato un appello per il boicottaggio dei curdi, chiedendo ai paesi confinanti e gli altri partner mondiali di fare affari direttamente ed esclusivamente con il governo iracheno. Il Kurdistan produce 600 mila barili di greggio al giorno, il 15% della produzione complessiva dell’Iraq.

Più importanti sono invece i numerosi bacini petroliferi collocati nelle aree controverse intorno a Kirkuk, una zona economicamente strategica che è finita sotto il controllo dei curdi nel 2014, quando i militari dell’ISIS sono entrati in scena, conquistando ampie fette territoriali che appartenevano al governo iracheno.

“Il governo dell’Iraq non rimarrà a guardare mentre Kirkuk viene integrata nel Kurdistan e la mobilitazione cui stiamo assistendo altro non è che il tentativo dell’Iraq di riprendere il controllo dei territori contesi”, ha osservato a Bloomberg Ayham Kamel, direttore delle aree di Medioriente e Africa del Nord per il gruppo Eurasia. “Gli scontri etnici potrebbero diventare un pretesto per una mobilitazione molte più importante”.

I voli dalla capitale della regione autonoma curda dell'Iraq, Arbil, e verso di essa saranno sospesi da domani 29 settembre, come parte delle misure punitive del governo di Bagdad contro la decisione dei curdi di tenere un referendum sull'indipendenza.

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