Pir: potenziale trappola per i risparmiatori

17 marzo 2017, di Mariangela Tessa

Il fiscal appeal è alto, ma i PIR, ovvero i cosiddetti Piani individuali di Risparmio, continuano a alimentare dubbi sulla bontà di questo tipo di investimento. “Il rischio dei PIR è quindi che alcuni risparmiatori attirati dai benefici fiscali non valutino tutte le conseguenze di questa scelta se attuata in modo “pesante” sul proprio patrimonio” spiega Salvatore Gaziano, strategist SoldiExpert.com,  che in un lungo studio in cui mette nero su bianco gli aspetti che, a suo dire, rendono questo veicolo di investimento finanziario non così appetibile come potrebbe sembrare ad un primo sguardo.

Vediamo quindi i lati oscuri.

Necessità di rivolgervi a un intermediario. Per quanto teoricamente un investitore possa chiedere alla Banca di mettere i titoli PIR all’interno di un deposito titoli:

“in pratica  – spiega Gaziano – nessuna banca è attrezzata per i PIR nel caso si punti al fai da te e al risparmio amministrato. Molto più facile vendere il “pacco” del PIR già confezionato dalla casa o da una società con cui si ha un accordo di distribuzione (e che retrocede laute commissioni)” 

Se quindi volete fare un Piano Individuale di Risparmio dovete ora passare da un intermediario che ve lo confezioni o venda il “sandwich” già fatto. Naturalmente con un costo non indifferente per il disturbo che va a remunerare la banca o la società di gestione e i suoi collocatori e gestori”.

Questo evidentemente comporta dei costi. “In base ai primi prodotti PIR lanciati sul mercato il costo di gestione è di circa l’1,75% annuo e un discreto numero di questi fondi propone anche delle commissioni di ingresso massime del 2% oltre a commissioni di performance” spiega Gaziano, ricordando che  occorre tenere in portafoglio un PIR per almeno 5 anni.

“Se acquistate un prodotto di questo tipo – racconta-  e vi pentite e volete smantellarlo, allora ritornate alla casella di partenza e perdete il beneficio fiscale. Quindi se sottoscrivete un prodotto finanziario PIR compliant come un fondo o una polizza o una gestione è bene fare molta attenzione ai costi.

Per assurdo, ma non troppo, per risparmiare il 26% di capital gain grazie a questo “giochino” potrebbe capitare anche che, se le cose vanno bene e l’investimento si rivaluta, quanto non pagate di tasse andrà a remunerare la vostra banca. Vantaggi economici per voi al netto di costi e benefici: nessuno.

Altro aspetto da non tralasciare riguarda i rendimenti. 

“Naturalmente nessuno può sapere quale sarà il rendimento dei fondi “PIR compliant” e, quindi, fare delle simulazioni serie è impossibile. In 5 anni a Piazza Affari le azioni small e medium cap possono moltiplicare il proprio valore per 2 o anche perdere il 70% se si guarda all’andamento passato. Lungi da noi sostenere che le medium e le small cap italiane sono un investimento da cui stare alla larga” spiega l’esperto che ricorda tuttavia come in linea generale”

“l’investimento sulle azioni italiane non va mai eccessivamente sovrappesato, poiché presentano una forte volatilità e il nostro Paese non è certo fra i luoghi più tranquilli dove investire. Basti pensare che l’indice principale di Piazza Affari rispetto ai massimi del 2007 è tuttora sotto del 30% (dividendi compresi)”.

Insomma – conclude Gaziano –  l’investimento nei PIR andrebbe valutato non guardando solo al presunto beneficio fiscale ma soprattutto al proprio profilo di rischio.

 

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