Pimco: guerra fredda valutaria è entrata in nuova fase

9 febbraio 2017, di Daniele Chicca

Siamo entrati in una nuova fase di quella che Pimco battezza una guerra fredda valutaria mondiale. Si tratta di battaglie che non si giocano in campo aperto ma con dichiarazioni e azioni nell’ombra.

Ancora non si sa se la discesa graduale dai massimi di 14 anni (raggiunti l’anno scorso) del dollaro Usa, la valuta di riferimento per gli scambi commerciali internazionali, è soltanto un momentaneo sbandamento sui mercati per una divisa sempre in fase rialzista oppure se, come alcuni analisti e gestori hanno fatto notare, il dollaro Usa ha toccato l’apice e ora è destinato a indebolirsi.

Sul valutario ci si interroga circa la traiettoria del cambio euro-dollaro. Certi commentatori hanno dichiarato che il dollaro non ha più la forza per raggiungere la parità. L’elezione di Donald Trump, che sembrava dover favorire il dollaro in considerazione delle prospettive di reflazione e di un ciclo di rialzo dei tassi Fed più intenso delle previsioni, potrebbe invece finire per indebolire la valuta nazionale.

Il presidente, dichiaratamente a favore di politiche di stampo protezionista e isolazionista in ambito commerciale, non ha intenzione di rafforzare la sua valuta. Il neo commander-in-chief Usa Trump stima che le sue misure di alleggerimento del carico fiscale, di investimenti pubblici nelle infrastrutture e di rientro delle fabbriche e delle altre attività delle multinazionali americane in Usa, si consentiranno di creare 25 milioni di posti di lavoro in quattro anni.

Una cosa secondo Pimco, il gestore di fondi obbligazionari numero uno al mondo, è chiara: la nuova amministrazione “non è interessata a un dollaro forte. Basta ascoltare i commenti di Trump sul dollaro che ‘è troppo forte’ rispetto allo yuan cinese e questo ‘ci sta uccidendo‘”. Il consulente commerciale della Casa Bianca Peter Navarro ha accusato la Germania di approfittare di un euro “esageratamente sottovalutato”, travestito da marco, per sfruttare i propri partner commerciali.

A sostenere la tesi di Navarro ci sono gli ultimi dati macro che mostrano un surplus commerciale record per la Germania, ha chiuso il 2016 con una quantità di beni e servizi esportati di 252,9 miliardi di euro superiore a quella dei prodotti importati. A difesa del governo Merkel c’è invece il fatto che Berlino abbia espresso la sua contrarietà nei confronti delle politiche monetarie ultra espansive della Bce, che tendono a indebolire l’euro e tenere i tassi bassi.

Trump premerà bottone nucleare delle tariffe doganali?

Prima della salita al potere di Trump negli Stati Uniti la guerra valutaria era una sfida equilibrata in termini di bilanciamento delle forze in gioco. Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti avevano le loro leve negoziali sulle quali basare la propria strategia commerciale, ma nessuno finora aveva osato tirare fuori quella che Pimco definisce l’arma “nucleare” definitiva: il protezionismo.

Dal momento che gli Stati Uniti sono un paese importatore, con un deficit commerciale molto ampio, mentre Cina, Europa e Giappone hanno surplus commerciali bilaterali altrettanto grandi nei confronti degli Usa, l’America è quella che ha meno da perdere nella nuova guerra fredda valutaria che sta per entrare nel vivo.

“La risposta di Europa, Giappone, Cina e altri paesi esportatori dovrebbe essere quella di non forzare la mano” per evitare che le cose degenerino, spiega Pimco. Accettare la sconfitta nella prima battaglia di una più vasta e lunga guerra valutaria consentendo, per lo meno temporaneamente, un rafforzamento delle loro divise rispetto al dollaro.

Non provocare ulteriormente gli Stati Uniti è la scelta migliore che i suoi partner commerciali, favorevoli al libero scambio, possano fare ora, secondo il Global Economic Advisor di Pimco Joachim Fels. Detto questo non si ha la certezza che la tattica funzionerà: “non si può sapere se questo basterà a evitare che Washington prema il bottone nucleare delle tariffe doganali ai beni importanti dall’estero”.

 

Hai dimenticato la password?