FT: “QE di Draghi potrebbe non finire mai. Altrimenti Italia rischia”

30 ottobre 2017, di Pieremilio Gadda

“La Bce potrebbe non essere mai nelle condizioni di terminare gli acquisti di asset. In caso contrario causerebbe una fase di instabilità economica e finanziaria”. Il cui epilogo potrebbe essere “una ristrutturazione del debito dell’Italia”.

L’analisi che Wolfgang Münchau propone oggi sull’edizione europea del Financial Times, solo tre giorni dopo l’ultimo meeting della Banca Centrale Europea di Mario Draghi, appare spietata. E stona con la maggior parte dei commenti che hanno fatto seguito alla riunione del 26 ottobre.

Il ragionamento di Münchau parte da una considerazione: lo stato di salute dell’Eurozona è molto peggiore di quanto suggeriscano i dati più recenti sulla ripresa. È la ragione per la quale il Consiglio Direttivo non ha tratteggiato un vero e proprio percorso a tappe verso la fine del programma di Quantitative easing: si è limitato a dimezzare l’ammontare in acquisto, fino a settembre del 2018. Lasciando però le porte aperte a un ulteriore aumento nel dosaggio della sua terapia d’urto ultra-espansiva, qualora le condizioni finanziarie della regione dovessero peggiorare.

Il QE senza fine

“Mario Draghi ha esattamente altri due anni prima che il suo mandato alla guida della Bce si concluda. Prevedo che il programma di acquisti possa continuare fino alla fine della sua Presidenza o verosimilmente oltre. Una volta concluso il programma, ci sarà un lungo periodo – uno o due anni – durante il quale la Bce continuerà a reinvestire il denaro dei bond che giungono a scadenza”, profetizza Münchau. Se gli acquisti netti continuano fino al 2019, il bilancio di Francoforte non inizierà a contrarsi prima del 2021. “Questo sarà all’incirca il momento in cui dovremmo aspettarci una risalita dei tassi d’interesse”.

Perché è necessario che le misure monetarie ultra-espansive proseguano? Per un semplice motivo, spiega Münchau. L’economia della zona euro è in realtà in “pessima forma”: se per esempio si prende in esame un indicatore più ampio della disoccupazione, noto con la sigla U6, che include anche fattori nascosti come gli scoraggiati e i sotto-occupati, il tasso di senza lavoro sale al 18%, il doppio rispetto agli Stati Uniti. Ma c’è un’altra ragione per la quale Draghi non può permettersi di staccare la spina.

Se il Quantitative Easing terminasse, “gli investitori dovrebbero valutare se l’Italia ha la capacità di rimborsare il suo debito pubblico, che vale oltre il 130% del Pil”. Qui l’editorialista fa una digressione sulle elezioni della prossima primavera. “Se gli attuali trend persistono, le prossime elezioni generali produrranno un Parlamento diviso e una coalizione tra i due maggiori partiti di centro destra e centro sinistra. Posso immaginare molti esiti negativi, ma non uno in cui il governo italiano sia in grado di fare le riforme strutturali per aumentare la produttività di lungo termine”.

“È vero, la nuova Coalizione tedesca vuole promuovere l’istituzione di un Fondo Monetario Europeo che, concede Münchau, avrebbe la capacità per salvare l’Italia se necessario. “Ma il quid pro quo sarà, in automatico o quasi, una ristrutturazione del debito. Solo immaginare questa ipotesi potrebbe produrre una crisi finanziaria. Qui – conclude – sta la tragedia del programma di acquisti della Bce”.

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