Italia, Ocse: un modo per salvare le banche c’è

15 febbraio 2017, di Mariangela Tessa

L’economia dell’Italia “è in via di ripresa dopo una lunga e profonda recessione”, tuttavia “dall’inizio della crisi il Pil reale pro capite è calato di circa il 10 per cento ed oggi è allo stesso livello del 1997. La povertà assoluta è quasi raddoppiata rispetto ai livelli registrati prima della crisi – rileva l’Ocse – ed ha colpito in maniera particolare giovani e bambini”.

E’ quanto afferma l’Ocse nel rapporto annuale sulla Penisola, che sottolinea i passi avanti registrati dalla nostra economia grazie al contribuito delle “politiche macroeconomiche del governo, una politica monetaria accomodante, nonché prezzi contenuti delle materie prime”.

Non è mancato un accenno alle criticità delle banche italiane. Secondo quanto afferma l’organizzazione di Parigi in Italia ci sono troppi sportelli e filiali di banche. I livelli di capitale sono adeguati, ma la redditività resta bassa. Ci sono troppi crediti deteriorati e bisogna pensare a un “percorso a tappe” per ridurli. E parallelamente anche le famiglie in Italia hanno troppo bond bancari nei loro patrimoni.  L’Ocse dà atto al Governo di aver compiuto importanti passi in avanti sulla riorganizzazione del settore.

“I coefficienti patrimoniali delle banche italiane superano gli standard regolamentari – si legge nel capitolo del rapporto sulle banche – ma sotto molti aspetti gli istituti restano più deboli di quelle di altre giurisdizioni. Hanno bassi livelli di redditività rispetto agli attivi, che comunque di recente sono migliorati, e ampi livelli di crediti deteriorati”. “In Italia – prosegue l’Ocse – il numero di addetti nelle banche per 1.000 abitanti è vicino alla media europea. Ma c’è il quarto livello più elevato di numero di sportelli per 1.000 abitanti, che è del 65 per cento al di sopra della media europea. Inoltre, le filiali sono piccole, in media ci lavorano meno di 10 addetti, il 63 per cento al di sotto della media europea. Questo suggerisce che vi siano ampi margini per aumentare l’efficienza riducendo il numero di sportelli”.

Tornado all’economia, l’organizzazione di Parigi ha quindi ritoccato al rialzo la previsione di crescita economica dell’Italia di quest’anno, stimando ora un Pil al più 1 per cento dopo il più 0,9 per cento indicato sul 2016, mentre per il 2018 ha confermato l’attesa di un più 1 per cento. Si tratta di stime di un decimale di punto più elevati sia per il 2016 che sul 2017 rispetto alle stime contenute nell’Economic Outlook dello scorso 28 novembre.

Nel frattempo proseguirà, ma rallentando il ritmo, la ripresa dell’occupazione, dopo un più 1,3 per cento nel 2016 l’ente parigino stima più 0,9 per cento nel 2017 e più 0,6 per cento nel 2018. Il tasso di disoccupazione passerà dall’11,5 per cento del 2016 all’11,1 per cento quest’anno e al 10,7 per cento nel 2018.

Ocse vede un miglioramento dei conti pubblici

Buone notizie anche sul fronte dei conti pubblici. Il deficit di bilancio dell’Italia continuerà a calare, secondo l’Ocse, e anche il rapporto debito-Pil da quest’anno inizierà una discesa, seppur lieve, dopo il picco raggiunto nel 2016. Nel suo rapporto annuale sulla Penisola l’ente parigino stima che dopo il 2,4 per cento del Pil del 2016, quest’anno il disavanzo di bilancio si riduca al 2,3 per cento e nel 2018 al 2,2 per cento del Pil.

Quanto al debito pubblico, dopo il 132,8 per cento indicato sul 2016 l’Ocse pronostica una limatura al 132,7 per cento nel 2017 e una moderazione al 132,1 per cento nel 2018.

Valori migliori di quelli indicati dalla Commissione europea, che lunedì scorso nelle sue previsioni invernali aveva stimato il deficit-Pil italiano al 2,3 per cento nel 2013, al 2,4 per cento nel 2017 e al 2,6 per cento nel 2018. Secondo l’Ue il debito sarebbe invece al 132,8 per cento sul 2016, al 133,3 quest’anno per cento per poi limarsi al 133,2 per cento nel 2018.

Non mancano elogi alle riforme messe in campo in questi anni in Italia, “in particolare il Jobs Act e alla riduzione dei contribuiti sociali”, riforme grazie a cui “si cominciano a risanare i danni inferti dalla crisi all’economia e al tessuto sociale del Paese”. Nel rapporto annuale sulla terza economia dell’area euro, l’ente parigino cita anche le riforme del sistema di istruzione e della pubblica amministrazione. Mentre rispetto al passato è stata posta maggiore enfasi a ridurre “i decreti in arretrato” per mettere in atto le riforme.

Ma lo studio non può ignorare l’esito negativo del referendum sulle riforme costituzionali del dicembre scorso. “La bocciatura – si legge – ha aumentato il clima di incertezza politica, ma il processo di riforme deve essere portato avanti se l’Italia vuole costruire una società più inclusiva e migliorare le prospettive di crescita”. Il no invece “rischia di rallentare il processo di riforme, facendo diminuire le prospettive di crescita e rendendo più difficile il risanamento dei conti”.

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