Russiagate, arrestato ex capo campagna Trump per “cospirazione”

30 ottobre 2017, di Alberto Battaglia

A distanza di circa cinque mesi dall’incarico di Robert Mueller alla guida della Commissione d’indagine sul Russiagate, è arrivato il primo segnale concreto: il Gran giurì federale ha approvato gli elementi a carico di più soggetti, autorizzando l’avvio del procedimento penale. Entro oggi l’esecuzione delle previste misure cautelari potrebbero essere messe in atto.

A essersi consegnati alle autorità per ora sono Paul Manafort, l’ex capo della campagna elettorale di Trump, e il suo ex socio Rick Gates. Le due personalità di spicco, vicine al capo della Casa Bianca, si sono presentate nella sede dell’Fbi di Washington. Tra i tra i dodici capi di accusa contro Manafort, ci sarebbe la cospirazione contro gli Stati Uniti, ma non solo. Nel mirino della giustizia Usa ci sarebbero anche dichiarazioni false e fuorvianti, riciclaggio e omessa denuncia di conti su banche straniere.

Il Wall Street Journal, citando alcune fonti, parla anche dell’accusa di evasione fiscale. Sui conti offshore di Manafort e del suo ex socio Gates sembra che siano transitati oltre 75 milioni di dollari. Manafort avrebbe riciclato oltre 18 milioni di dollari: sono alcune delle accuse contenute nel capo di imputazione del procuratore speciale Mueller nell’ambito delle sue indagini sullo scandalo Russiagate.

Le fonti vicine a Mueller, raggiunte da Cnn e Wall Street Journal, hanno riferito stamattina che uno o più soggetti avrebbero potuto finire arrestati. Per ora sulla vicenda e sui capi d’accusa mossi contro gli indagati non sono stati rilasciati commenti dalla Casa Bianca.

Russiagate, George Papadopolous: ho mentito agli agenti federali

Un altro consulente della Casa Bianca, George Papadopolous ha confessato di aver mentito all’FBI facendo dichiarazioni fasulle sui contatti avuti con personalità di cittadinanza russa.

La Commissione presieduta da Mueller è incaricata di indagare sulle relazioni fra la Russia e le elezioni presidenziali dell’anno scorso, per comprendere se e come si siano instaurate delle relazioni fra i candidati e il Cremlino. Da mesi circola il sospetto che sia stato proprio il presidente Trump a trarre vantaggio delle manovre di Mosca, il cui ruolo nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica americana appare sempre più accertato.

Nei mesi scorsi, solo per ricordare il fatto più eclatante, Trump ha licenziato il direttore dell’Fbi, James Comey, per la sua presunta reticenza a rispettare a insabbiare le indagini su Michael Flynn. Quest’ultimo, ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump, era stato colto a discutere con l’ambasciatore russo a Washington delle sanzioni economiche a danno del Paese; episodio, questo, avvenuto alcune settimane prima dell’entrata in carica di Flynn.

Anche per queste ragioni, la commissione presieduta da Mueller è tenuta a raccogliere elementi sulle possibili ostruzioni alla giustizia compiute da Trump e soci. Trump ha usato Twitter come mezzo per difendersi, sottolineando che le accuse si riferiscono a fatti antecedenti la sua campagna elettorale.

In realtà non è proprio così: secondo l’accusa Manafort e Gates avrebbero tenuto comportamenti scorretti dal 2008 al 2017. Manafort ha iniziato a lavorare per il team della campagna presidenziale di Trump a marzo 2016 e si è dimesso ad agosto di quello stesso anno.

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