Almaviva e incubo licenziamenti Italia. Con Cassazione ora tagli più facili

2 gennaio 2017, di Laura Naka Antonelli

Fatti: in data 29 dicembre 2016 chiude i battenti la sede di Almaviva a Roma. Al via lettere di licenziamenti per 1.666 lavoratori del call center, che vengono mandati a casa. Sempre in data 29 dicembre, FirenzeToday riporta la storia scioccante dei sette dipendenti di Belfiore S.a.s. delle Sieci, Pontassieve che, insieme al panettone e agli auguri di Buone Feste, si vedono recapitare alla vigilia di Natale la lettera di licenziamento “con decorrenza 29 dicembre per cessazione di attività”.

“La Belfiore -riporta il sito – è una fabbrica storica di argenteria e oreficeria, fondata a Firenze nel 1948, successivamente trasferita alle Sieci. Da allora grazie alla professionalità delle sue maestranze ha iniziato a realizzare prima articoli decorativi e poi accessori moda anche per marchi prestigiosi, che oggi esporta in tutto il mondo. Ma niente da fare: i dipendenti di Pontassieve vendono mandati a casa”.

In quelle stesse ore, arriva la sentenza della Cassazione, che stabilisce che è legittimo il licenziamento di un lavoratore motivato dall’azienda con l’intento di realizzare “una organizzazione più conveniente per un incremento del profitto“. Si apprende che la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, presieduta da Vincenzo Di Cerbo, con la sentenza n. 245201 del 7 dicembre 2016, ha annullato la decisione con cui il 29 maggio 2015 la Corte di Appello di Firenze aveva imposto a una società per azioni con sede a Roma di corrispondere un’indennità pari a 15 mensilità a un dipendente licenziato l’11 giugno 2013, ritenendo che non sussistesse un “giustificato motivo oggettivo” per la risoluzione del rapporto di lavoro.

La Cassazione dà ragione agli avvocati dell’impresa, che avevano motivato le ragioni del licenziamento facendo riferimento all’articolo 41 della Costituzione, sottolineando così che “l’imprenditore è libero, pur nel rispetto della legge, di assumere quelle decisioni atte a rendere più funzionale ed efficiente la propria azienda, senza che il giudice possa entrare nel merito della decisione”. Stabilendo di conseguenza che sia “un limite gravemente vincolante” per l’autonomia dell’imprenditore quello di restringere la possibilità di “sopprimere una specifica funzione aziendale solo in caso di crisi economica finanziaria e di necessità di riduzione dei costi”.

Intanto la macelleria sociale continua: il 30 dicembre del 2016 è stato l’ultimo giorno di lavoro per un centinaio di bancari di Hypo Alpe Adria Bank. La banca austriaca ha centrato i propri obiettivi, chiudendo nel 2016 tutte le filiali italiane: 104 persone a casa. Ma non finisce qui, visto che il dado è ormai tratto per altri 160 dipendenti, che saranno licenziati in due tranche tra il 2017 e il 2018.

Sempre riguardo alle banche, concitate le trattative per evitare i licenziamenti di Carife.

I problemi riguardano anche Alitalia, con le notizie delle ultime ore che hanno innescato la reazione immediata dell’Usb. Così l’Unione sindacale di base in una nota:

“La decisione di Alitalia di bloccare gli scatti di anzianità del personale segue lo stesso schema che ha portato alla infinita crisi della maggiore compagnia italiana. Ancora non si è aperta la discussione di merito sul piano industriale, di cui sono solo delineate alcune generiche linee guida, che la dirigenza ha già fatto il primo passo attaccando il costo del lavoro. Dopo i disastrosi risultati delle recenti e dolorose ristrutturazioni basate su migliaia di licenziamenti e tagli ai salari, si persevera su una strada sbagliata, come dire “schema che perde non si cambia”.

Il comunicato avverte:

“Pensare che anche questa volta si possa attingere al pozzo senza fine del fattore lavoro sarebbe sbagliato, iniquo e insostenibile, oltre che molto poco credibile da parte di una dirigenza che si trova a presentare per la terza volta un piano lacrime e sangue lavoratori“.

Tutte queste notizie giungono in un quadro normativo che tra l’altro, almeno in base alla sentenza della Cassazione, rende  più precarie le condizioni in cui versano i lavoratori italiani.

La Suprema Corte ritiene infatti che, affinché sia legittimo “è sufficiente che il licenziamento sia determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa, tra le quali non possono essere aprioristicamente o pregiudizialmente escluse quelle che attengono a una migliore efficienza gestionale o produttiva, ovvero anche quelle dirette a un aumento della redditività d’impresa”.

“Non è quindi necessitato che si debba fronteggiare un andamento economico negativo o spese straordinarie”. Basta, in definitiva, il perseguimento della logica del profitto da parte dell’azienda perchè altri lavoratori vengano licenziati senza troppi problemi.

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