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Seduta pesantemente negativa quella di ieri per i mercati statunitensi, con un’ondata di vendite che ha colpito soprattutto i titoli tecnologici e dell’intelligenza artificiale. Il Dow Jones ha perso 797,60 punti (-1,65%) scivolando a 47.457,22, lontano dai record della vigilia. L’S&P 500 ha ceduto l’1,66% a 6.737,49, mentre il Nasdaq ha accusato un brusco -2,29%, chiudendo a 22.870,36. Per tutti gli indici principali – compreso il Russell 2000 – si tratta della peggior giornata dal 10 ottobre.
La debolezza del listino tecnologico è emersa in modo netto: Disney è crollata di quasi l’8% dopo risultati trimestrali contrastati nel settore comunicazione, mentre i pesi massimi dell’AI – Nvidia, Broadcom e Alphabet – hanno trascinato verso il basso l’intero comparto.
“Sembra una fase naturale di consolidamento, una correzione sana”, ha dichiarato alla CNBC Ron Albahary, CIO di Laird Norton Wealth Management. “Il tema AI resta valido: quando gli investimenti inizieranno a riflettersi su settori come sanità, manifattura e industria, allora la narrativa sulla produttività troverà un supporto più solido”.
L’incertezza sui tassi cambia il sentiment
A innervosire ulteriormente gli investitori è stato il repentino ridimensionamento delle aspettative sui tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Le probabilità di un taglio di 25 punti base nella riunione di dicembre sono scese al 51%, in forte calo rispetto al 62,9% del giorno precedente. Un aggiustamento che ha frenato gli acquisti e alimentato la volatilità.
La Fed, inoltre, esce da settimane di blackout informativo causato dal più lungo shutdown governativo della storia americana. Con dati chiave come l’occupazione e l’inflazione di ottobre rimasti “al buio”, la banca centrale si trova a navigare senza riferimenti precisi. La Casa Bianca ha avvertito che parte dei dati potrebbe non essere mai pubblicata e che lo stop potrebbe pesare sul PIL del quarto trimestre fino a due punti percentuali, anche se molti economisti prevedono un impatto minimo.
Lo shutdown si è chiuso solo mercoledì sera, quando il presidente Trump ha firmato la legge che garantirà i finanziamenti fino alla fine di gennaio.
SoftBank crolla nella scia del sell-off globale sui chip
La correzione non ha risparmiato l’Asia, dove spicca il tonfo di SoftBank Group. Il gruppo giapponese ha perso quasi il 9% nella seduta di venerdì – poi ridotto al -5% a metà sessione – estendendo una serie negativa che dura ormai da tre giorni. Il mercato ha reagito alla notizia della vendita dell’intera partecipazione in Nvidia, un’operazione da 5,83 miliardi di dollari che si aggiunge ad altre dismissioni per oltre 9 miliardi complessivi.
Secondo Rolf Bulk, senior equity analyst di New Street Research, la debolezza del titolo è “più legata al sentiment globale sui semiconduttori che a fattori specifici di SoftBank”. Il conglomerato, nelle ultime due settimane, ha visto bruciare quasi 50 miliardi di dollari di capitalizzazione, registrando la peggior performance dalla pandemia.
La pressione si è estesa a tutto il comparto asiatico: Advantest e Tokyo Electron hanno perso rispettivamente oltre il 3% e il 4%, TSMC è arretrata del 2%, mentre SK Hynix e Samsung Electronics sono scivolate di oltre il 5% e il 3,8%.
Bitcoin ai minimi da sei mesi
Lo scenario risk-off ha colpito anche il mercato delle criptovalute. Bitcoin è sceso a 98.072 dollari, il livello più basso dallo scorso maggio, complice una serie di liquidazioni forzate e prese di profitto nonostante le recenti approvazioni di nuovi ETF crypto.
Prospettive: volatilità in aumento
Con la riapertura dell’amministrazione federale e il ritorno graduale dei dati macro, gli analisti prevedono una fase di turbolenza. “Non ci sorprenderemmo nel vedere ancora volatilità mentre la macchina dei dati si rimette in moto”, ha commentato Carol Schleif, chief market strategist di BMO Private Wealth.
Nel frattempo, gli investitori continuano a interrogarsi sulla sostenibilità delle valutazioni dell’AI. Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, spiega a questo proposito:
“Fino a pochi mesi fa, per misurare la “salute” dell’AI si guardava soprattutto alla dimensione dei capex. Dalle ultime trimestrali, invece, l’attenzione degli investitori è tornata su margini e monetizzazione degli investimenti: alcune società hanno iniziato a mostrare ricavi AI tracciabili e miglioramento dell’operating leverage, altre faticano ancora a costruire un revenue bridge credibile. Un elemento che il mercato digerisce sempre meno è l’aumento del debito corporate per finanziare la corsa all’AI. Il caso Oracle viene citato spesso: leva in crescita per sostenere il posizionamento nella potenza di calcolo dei data center. Per non parlare delle debolezze di OpenAI, che in caso non riuscisse a monetizzare gli enormi investimenti, potrebbe far partire un effetto domino capace di travolgere altre aziende”.
“Se la catena del valore (chip → cloud → applicazioni) regge nei numeri e nella guidance, il trend può ripartire verso nuovi massimi. In caso contrario, è plausibile un repricing degli eccessi di spesa”.