Wall Street in ripresa. Tensioni Fed: fronda contro Bernanke

21 Giugno 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Seduta cautamente positiva a Wall Street, anche se contrastata, dopo la peggiore seduta dal novembre del 2011. Il Dow Jones sale dello 0,31% a 14.803,24 punti, il Nasdaq perde lo 0,22% a 3.357,25 punti, mentre lo S&P 500 mette a segno un progresso dello 0,3% a 1.592,82 punti.

Di fatto, lo S&P 500 è scivolato -2,5%, scendendo sotto la soglia dei 1.600 punti; l’indice di riferimento di Wall Street ha perso -4,9% dallo scorso 21 maggio, quando i timori sul rischio della fine del QE sono stati avallati dalle dichiarazioni di Ben Bernanke. Proprio il QE negli ultimi anni ha permesso allo S&P di balzare +147% dal minimo testato nel mercato orso del 2009.

Intanto il manager del fondo obbligazionario Ignis, Chris Bowie, ha avvertito sul fato che la “piu’ grande bolla dei bond della storia e’ gia’ scoppiata”. Il suggerimento agli investitori e’ quello di “scappare finche’ siete in tempo”. “Nessuno dovrebbe comprare titoli pubblici in questo momento”, ha dichiarato il gestore inglese al Telegraph.

Nella giornata di ieri il nervosismo ha portato l’indice Chicago Board Options Exchange Volatility Index (VIX) – il cosiddetto indice della paura – a balzare +23% a 20,49 punti, al record dallo scorso 28 dicembre. A tal proposito, il guru di Wall Street Ken Fisher afferma che il rally degli indici Usa è solo “a metà strada”, in quando a suo avviso la maggior parte degli investitori sottovaluta ancora la solidità dell’economia americana. “Ci troviamo in quella fase di transizione tra scetticismo e ottimismo – ha detto il fondatore di Fisher Investments, che gestisce $48 miliardi, nel corso di una intervista rilasciata a Bloomberg. “Il punto è che in realtà noi siamo solo a metà del mercato toro e c’è molta strada da percorrere”.

Il sell off di ieri è stato scatenato dalle ultime dichiarazioni della Fed, pronta a staccare la spina al programma di quantitative easing che ha permesso agli indici azionari di balzare negli ultimi anni. La notizia ha messo ko l’intero azionario globale , che ha sofferto alla vigilia il calo più forte in 19 mesi.
La capitalizzazione dell’azionario globale è calata di 2.400 miliardi dal massimo degli ultimi 5 anni testato il 21 maggio, con gli indici di Hong Kong e del Giappone che sono entrati nel mercato orso.

Vendite accanite soprattutto contro l’oro, capitolato al minimo in due anni. Le quotazioni del metallo prezioso recuperano però terreno.

Con nessun dato macro in agenda, gli operatori ne approfittano per rientrare sul mercato e si concentrano sulle reali sulle condizioni dell’economia, la maggiore al mondo, che dovrà dimostrare di sapersi sorreggere sulle proprie gambe dopo l’aiuto di tanti artifizi e droghe virtuali. Una prova difficile, visto che la disoccupazione è ancora un problema negli Stati Uniti.

C’è però anche un’altra questione: fino a quale punto la riduzione al QE è uno scenario realistico? A fronte di chi parla della necessità di eliminare o per lo meno diminuire la portata del programma di acquisti di asset per $85 miliardi al mese della Fed, ci sono i monetaristi che fanno notare come non ci sia affatto bisogno che Ben Bernanke & Company intraprendano questa strana: questo, perchè l’inflazione negli Usa viaggia al minimo degli ultimi 50 anni, ed è insomma troppo bassa. Parlare di deflazione è forse azzardato, ma un quadro di disinflazione non è affatto da escludersi. Inoltre la congiuntura americana, sebbene in notevole recupero, scricchiola ancora un po’. Non manca così chi consiglia addirittura alla Fed di aumentare il QE.

E la prospettiva di nuovi stimoli monetari è alta soprattutto se si considerà che Bernanke lascerà la Fed all’inizio del 2014. Il presidente Usa Barack Obama si assicurerà infatti, secondo alcuni, che il suo successore stimoli la crescita con politiche ultraespansive. E’ troppo presto, per alcuni, parlare della fine imminente delle politiche di quantitative easing. Tra l’altro, si fa sentire la voce di James Bullard, presidente della Fed di St. Louis, che ha detto che la banca centrale americana ha adottato un atteggiamento inappropriato nel parlare di tempi di taglio al QE. “Sarebbe appropriato un approccio più prudente, come quello di aspettare che ci siano segnali tangibili del rafforzamento dell’economia e che l’inflazione stia tornando vicina al target previsto”, ha detto.

Detto questo, dei 54 economisti intervistati da Bloomberg, il 44% ritiene che la Fed ridurrà gli acquisti degli asset dagli attuali $85 miliardi a $65 miliardi nel mese di settembre, continuando a tagliare la dimensione del programma fino al giugno del 2014, quando il QE, di fatto, scomparirà. La percentuale è in deciso rialzo rispetto al 27% dell’ultimo sondaggio.

Tra i singoli titoli bene le grandi banche, come Citigroup e Bank of America, che guadagnano quasi l’1%, in linea con gli altri titoli finanziari. Favorito dal rimbalzo dei prezzi dell’oro dai minimi dal 2010, il titolo di Freeport-McMoRan Copper & Gold, che guadagna circa il 2%.

Discorso a parte merita Oracle, le cui azioni cedono oltre il 7% dopo che il gruppo di software ha registrato un fatturato deludente per il secondo trimestre di fila.

ALTRI MERCATI – In ambito valutario, l’euro -0,45% a $1,3158; dollaro/yen +0,46% a JPY 97,72; euro/franco svizzero +0,09% a CHF 1,2269. Secondo quanto riportano gli analisti di Mps Capital Services, l’area di supporto per oggi si colloca ancora in prossimità di 1,3165.

Riguardo alle commodities, i futures sul petrolio -0,42% a $94,74 al barile, mentre l’oro +0,72 a $1.295,20 l’oncia. Tassi sui Treasuries decennali +0,36% al 2,42%. La curva dei rendimenti regista un irripidimento, con lo spread tra 2 e 10 anni che si allarga a 213,5 punti base.