Costruire un portafoglio. Gli errori di noi consulenti finanziari

7 Luglio 2020, di Redazione Wall Street Italia

Articolo di Adolfo Speranza, consulente finanziario di Napoli

La tempesta sui mercati di febbraio/marzo 2020 ci ha ricordato ancora una volta i principi base per costruire un portafoglio. La letteratura sull’argomento abbonda: Bernstein, Bogle, Buffett. Passiamone in rassegna alcuni.

  • La diversificazione è la legge più importante da applicare, insieme con la strategia “compra e tieni”, in un orizzonte di lungo termine.
  • La performance del portafoglio dipende per massima parte dalla asset allocation e per minima parte dal market timing.
  • Bisogna tenere sotto controllo i costi.
  • Nessuno può prevedere cosa faranno i mercati: le previsioni, quindi, i sovrappesi, i sottopesi, non hanno alcuno spazio nella costruzione di un portafoglio.
  • Bisogna evitare il rischio specifico (titoli singoli)
  • Nella parte strategica del portafoglio bisogna evitare: strutture absolute return, hedge fund, alternativi, flessibili, strumenti a leva, certificati, fondi chiusi di qualsiasi tipo, privilegiando invece fondi tradizionali long only.

Questi sono i principi fondamentali, da cui dipende il destino di un investimento.

Poi vengono tutti gli altri, pure importantissimi, come la qualità dei fondi, la gestione attiva o passiva, i ribilanciamenti annuali, i contenitori assicurativi, gli aspetti fiscali.

Il processo di diversificazione

Un portafoglio serio e robusto dovrebbe essere costruito da un mix diversificato di azioni e bond, a seconda del profilo di rischio del cliente. Per la maggior parte degli investitori, l’obiettivo si può raggiungere con un mix di fondi, oppure con un mix di ETF assistito da contratto di consulenza. Da rispettare per l’azionario i pesi geografici e settoriali standard e per l’obbligazionario i pesi di duration e di tipologia di emittente standard.

Questa è la parte strategica del portafoglio, la parte Core, pari all’80% del patrimonio. La caratteristica di questa parte è che guarda solo al lungo termine, ed è indifferente alle oscillazioni di breve. Ha bisogno di molta education del cliente, il quale è invece orientato a guardare al breve termine (nemico di se stesso).

Poi ci sarebbe la parte tattica, la parte Satellite, pari al 20% del patrimonio. Questa parte è a breve termine, fatta da scommesse su singoli asset come materie prime, oppure valute, oppure basket di titoli.

Dov’è la contraddizione?

Se la letteratura scientifica ha ampiamente dimostrato che nel breve termine è impossibile fare previsioni, a che serve la parte tattica? La risposta sta soltanto in argomenti di carattere psicologico/commerciale. Sorvoliamo.

Volendo comunque mettere in piedi questa componente tattica, possiamo inserire qualche strumento come titoli singoli, ETF, obbligazioni in valuta, certificati, con l’accortezza di spendere il nostro budget del 20% in 4 tranches, del 5% massimo ciascuna.

Caso pratico

Facciamo l’esempio di un certificato, per maggiore chiarezza. Il certificato è una scommessa tattica su uno o più titoli, con una barriera di protezione.

A mio avviso, può essere inserito nel portafoglio al massimo per il 5% del patrimonio. Un altro 5% del patrimonio può essere investito in altro certificato oppure ETF, fino ad arrivare se si vuole alla soglia massima del 20% di componente tattica. In questo modo il rischio diventa gestibile: se p.e. un singolo certificato dovesse registrare un -70%, come è avvenuto in questa crisi, il danno per il portafoglio sarebbe pari ad un sopportabile -3,50%.

Questa è la teoria.

Gli errori più comuni

Vediamo invece la pratica e gli errori che commettiamo.

Ci sono portafogli che a maggio, dopo la violenta crisi Covid, sono ritornati “a galla” e portafogli che invece registravano ancora – 30%, – 40%, o anche – 50%.Qual è l’errore di costruzione dei portafogli che hanno reagito così male?
Quello di puntare a rendimenti insostenibili. Mi spiego.

Un portafoglio serio, costruito secondo i principi sopra elencati, con un azionario per esempio al 50%, potrà puntare ad un rendimento medio negli anni che va dal 4 al 6% annuo.
Col 100% di azionario potrà puntare al 7 – 9 % annuo medio su 10 anni.

Se invece il cliente o il consulente puntano al 20%, 30% annuo, per fare la differenza, per fare bella figura, per fare i guru, ecco che si comincia a sbagliare.
Pian piano, fanno ingresso nel portafoglio certificati con cedola altissima, ETF a leva, derivati, società di gestione piccole ma aggressivissime (avete presente quei fondi che salgono sempre?), inizialmente in percentuali congrue. Ma poi, se i mercati salgono, tutti i principi di diversificazione vanno in fumo: dal 20% di quota di strumenti “tattici” nel portafoglio si passa al 40%, poi al 50%. Magari un singolo strumento viene utilizzato per il 20% del portafoglio. E’ chiaro che questa tipologia di strumenti, quando scende, crolla. Parliamo di -75%…Con danni a volte irreparabili (materiali, reputazionali, psicologici).

 

Concludendo, per costruire e manutenere un portafoglio ci vuole disciplina.

Torniamo ai principi base, torniamo ai fondamentali.

Il portafoglio serio deve essere diversificato, equilibrato, senza rischio specifico, “liquido”, noioso.

A proposito, noioso lo diceva Samuelson.

 

Questo articolo fa parte di una rubrica di Wall Street Italia dedicata ai consulenti finanziari che vogliono raccontare le loro esperienze e iniziative professionali. Se siete interessati a pubblicare una vostra storia scriveteci a: social.brown@triboo.it


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