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Value investing, ecco perché è in crisi

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Comprare azioni andando a caccia di qualità a basso prezzo: il value investing. Un approccio che ha fatto la fortuna di investitori come Warren Buffett, ma che da anni ormai avrebbe perso la sua “efficacia”.
A rivelarlo è un’analisi condotta da aqr Capital Management, ripresa dal newspaper britannico The Economist.

Se si considera l’andamento dell’indice americano dedicato alle società con basso rapporto price-to-book value (un indicatore del prezzo relativo dell’azione), il Russell 1000, rispetto all’indice di riferimento generale il confronto risulta favorevole proprio a quest’ultimo. Dal 2010 a oggi l’indice delle azioni “a buon mercato” è cresciuto dell’87%, quello complessivo del 171%. Insomma, le azioni che nel 2010 erano già più care sono quelle che hanno continuato a crescere con il ritmo più spedito.

Quanto osservato nei mesi della pandemia sui mercati ha accentuato drammaticamente questa tendenza.
Nel grafico in basso è possibile osservare in azzurro chiaro l’andamento del Growth index, composto dalle azioni già care per le quali ci si aspetta un incremento futuro rapido, e in blu scuro il Value index, che comprende con prezzi bassi rispetto ai fondamentali.
La distanza fra i due indici non è mai stata tanto ampia quanto negli ultimi mesi caratterizzati dal Covid-19, benché già nel 2018-2019 si fosse osservata una drastica tendenza a favore delle azioni “costose”.

“Mentre le azioni di società in rapida crescita con un rapporto prezzo/valore contabile elevato sono aumentate di circa il 20% dall’inizio di gennaio, le azioni in società value sono diminuite di oltre il 10%”, ha ricordato l’Economist.
La storia non è sempre andata così, però: negli anni che avevano preceduto la caduta dei mercati nel 2008, quelli caratterizzati dalla bolla immobiliare, era stato il value index a registrare le migliori performance.

Cos’è successo, allora, nell’ultimo decennio?
“Una spiegazione ovvia è collegata all’ascesa delle aziende tecnologiche, che sono difficili da analizzare utilizzando strumenti di valutazione standard”, ha spiegato l’Economist, “ad esempio, misure come il valore contabile potrebbero non catturare con precisione le risorse immateriali delle aziende, come la forza dei loro marchi o il valore della loro proprietà intellettuale. Inoltre, a differenza delle società value, le grandi società tecnologiche tendono a formare monopoli naturali che le proteggono dalla concorrenza, aumentando le loro prospettive”.

A ben vedere dev’esserci di più, però, dal momento che le migliori performance delle azioni più “care” rispetto a quelle “a buon mercato” restano tali anche se si escludono le società tech o il 5% delle società dalla più consistente capitalizzazione di mercato.

La spiegazione, allora, potrebbe essere relativamente semplice: gli investitori, complessivamente, starebbero sopravvalutando i titoli azionari delle compagnie attualmente più gettonate.
A volte grandi nomi che sembravano destinati conquistare il mondo, ha ricordato la rivista britannica, finiscono con l’accartocciarsi su loro stessi come Yahoo o Cisco. Le vendite osservate nelle ultime settimane sui titoli tecnologici di Wall Street potrebbe dimostrare quanto le elevate valutazioni di queste società inizino a preoccupare gli investitori.