Usa: saltera’ la tripla A?

25 Luglio 2011, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK – E’ stallo sulla crisi del debito americano, l’intesa bipartisan non è arrivata neppure con la riapertura dei mercati in Asia, tutti in ribasso per lo spettro di un “default” sovrano della più grande economia mondiale. La serata di domenica si è chiusa a Washington con un nulla di fatto. Invece di trovare un piano comune, che consenta di alzare il tetto del debito Usa prima della cessazione dei pagamenti statali (che scatterà il 2 agosto), il Congresso si è spaccato in due.

La Camera a maggioranza repubblicana e il Senato a maggioranza democratica procedono ciascuno con un progetto diverso. Sono due manovre incompatibili, che non hanno i numeri per arrivare all’approvazione finale e quindi approdare sul tavolo di Barack Obama per la firma presidenziale. Alla Camera si arrocca il presidente John Boehner, condizionato dal suo gruppo parlamentare dove i seguaci del Tea Party rifiutano nuove tasse. Il piano Boehner prevede quindi
un’azione in due tempi: prima un taglio di spese limitato a mille miliardi, e un rialzo del tetto del debito che consentirebbe al Tesoro di rifinanziarsi solo fino alla fine del 2011; rinviando all’anno successivo in piena campagna per l’elezione presidenziale lo scontro finale sul risanamento delle finanze pubbliche.

Al Senato i democratici guidati da Harry Reid procedono con un piano diverso: 2.400 miliardi di tagli al deficit, con riduzioni delle spese sociali ma anche nuove entrate (l’eliminazione degli sgravi concessi da George Bush ai contribuenti più ricchi), per alzare il tetto del debito fino al 2013. Senza un piano comune appoggiato da una maggioranza bipartisan nei due rami del Congresso, i mercati non hanno certezze: di qui il calo del dollaro e il nuovo record dell’oro all’apertura delle piazze asiatiche. Si avvicina sempre più pericolosamente la scadenza del 2 agosto, quando il Tesoro avrà esaurito l’autorizzazione legale per emettere nuovi Treasury Bond da collocare tra gli investitori per rifinanziarsi e pagare stipendi, pensioni, cedole sui titoli già in circolazione. Le agenzie di rating potrebbero trarne le conseguenze già questa settimana e infliggere un clamoroso declassamento al voto di solvibilità degli Stati Uniti.

Tra le varie ipotesi per evitare la paralisi totale e il “default”, viene rilanciata la proposta di Bill Clinton: rispolverare una legge di guerra che consenta al presidente la facoltà unilaterale di alzare il tetto del debito. E’ una mossa azzardata che rischia di darla vinta ai repubblicani: quel che vogliono è proprio che Obama rimanga col “cerino acceso”, simbolicamente come l’unico responsabile per un debito pubblico sempre più elevato, oltre la soglia dei 14.300 miliardi.

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Ancora nessun segnale su un accordo. Lo Speaker della Camera John Boehner, capo della maggioranza republicana, continua a far muro alla richiesta del Presidente Barack Obama, rischiando il veto presidenziale. Insomma dopo settimane di dibattito, Repubblicani e Democratici sembrano più distanti che mai dal raggiungere un’intesa sulla riduzione del deficit, che possa spianare la strada al Congresso per alzare il tetto del debito, cioè la quantità di denaro che gli Stati Uniti possono prendere a prestito, ora a $14,3 trilioni, riporta Reuters.

Si avvicina quindi la possibilità che in 8 giorni gli Stati Uniti possano dichiarare il default sul debito portando, come annunciato dalle varie agenzie di rating, alla perdita della tripla ‘A’. Il Tesoro ha annunciato che dopo il 2 agosto non riuscirà più a pagare gli interessi su alcuni Treasury.

Le varie strategie per ridurre il debito del paese sono state proposte e sempre scartate dall’altra fazione, con il dibattito che sembra degenerato in una battaglia ideologica dove le parti rimangono ferme nella propria idea. I Repubblicani si oppongono con forza a un aumento delle tasse, mentre i Democratici non vogliono un taglio della spesa su alcuni programmi sociali.

Il leader dei Democratici in Senato, Harry Reid, dovrebbe presentare in settimana un piano che riduce le spese del governo di $2,5 trilioni nel prossimo decennio, che come richiesto dai Repubblicani non prevede alcun aumento delle tasse. Attesa la reazione dei mercati, che potrebbere soffrire dell’impasse che si è creata.