Un nuovo grosso pericolo incombe sulle banche

27 Novembre 2014, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Barclays e Wells Fargo sono le prime di una lunga serie di grandi banche che rischiano di subire perdite molto pesanti per colpa della crisi del petrolio, che ormai non riguarda solo i player e i paesi attivi nel settore.

Se un prestito da 850 milioni di dollari concesso a due società energetiche per non verrà coperto, i due istituti ne pagheranno infatti le serie conseguenze.

Il crollo vertiginoso dei prezzi del petrolio che, complice anche l’indecisione dei membri dell’Opec riuniti a Vienna, continua a inanellare record negativi, sta iniziando a riecheggiare prepotentemente nell’economia reale.

I dettagli del prestito sono emersi in un momento critico per le compagnie petrolifere e del gas. Il cartello dei maggiori paesi esportatori di greggio non ha trovato un’intesa per ridurre la produzione di oro nero.

Intanto le sanzioni Ue contro la Russia complicano le attività aziendali legate al commercio e agli approvvigionamenti della materia prima, che ha perso il 30% da giugno.

Il fenomeno sta compromettendo i budget nazionali di diverse potenze economiche, sta sconvolgendo i mercati valutari e riducendo i ricavi delle imprese energetiche.

I bilanci dei produttori di greggio fanno chiaramente grande affidamento sul fatturato derivante dalle esportazioni di oro nero.

Il rublo russo ha perso il 27% da metà giugno, il periodo in cui i futures sul greggio hanno iniziato la discesa, mentre la corona norvegese – un altro paese ricco di risorse petrolifere – è in calo del 12% da allora. La naira nigeriana ha toccato un nuovo minimo assoluto.

Tra le società petrolifere più colpite figurano BP (-17% in Borsa da metà giugno), Chevron (-11% e SeaDrill, una delle maggiori imprese proprietarie di impianti di trivellazione drilling (-23% e sospensione dei dividendi).

Ora anche le banche sono travolte dalla crisi. Barclays e Wells Fargo hanno avvertito che se un prestito legato all’energia dovesse risultare insolvente, subirebbero gravi perdite.

A inizio anno le due banche hanno concesso un prestito ponte da $850 milioni per aiutare a finanziarie la fusione tra Sabine Oil & Gas e Forest Oil, due gruppi americani.

I protagonisti dell’operazione hanno fatto fatica a trovare investitori pronti a partecipare al prestito offerto proprio a giugno, all’inizio della crisi del petrolio e in un momento critico anche per i mercati creditizi.

Con il valore del debito dei due gruppi petroliferi che continua a scendere, se le banche che hanno sottoscritto il prestito non riusciranno a ‘scaricarlo’ su investitori esterni, dovranno far fronte a ingenti perdite.

I bond di Sabine scambiavano sopra il ‘face value’ in giugno, a circa $105,25, ma da allora sono scesi a $94,25, in territorio a rischio pignoramento. Nel frattempo il rendimento è bazato al 13,4% dal 7,05%.

Se le banche non riescano a vendere il prestito, finiranno probabilmente per assorbirlo nei loro bilanci anziché cercare di venderlo sui mercati.

Fonte: Financial Times

(DaC)